di Lucia Ricciardi – Cosa rimane dell’epos omerico se togli le divinità, la celebrazione del valore, l’eroicità dell’impresa? Se di Odisseo non racconti più l’astuzia con cui inganna Polifemo, il canto irresistibile delle Sirene, se elimini persino Nausicaa?
Cosa resta quando il film dichiara apertamente che Elena è soltanto il pretesto di una guerra per la supremazia commerciale e la morale del mondo antico si riduce a un principio che fa eco ad un’ altra morale: tratta il tuo prossimo come te stesso?
Semplicemente, non è più l’epica classica che abbiamo studiato sui banchi di scuola, quella su cui generazioni di liceali hanno forgiato il proprio immaginario a forza di traduzioni. E, per me, non è più nemmeno il racconto ascoltato da bambina dalla voce di mio padre, che mi ha fatto conoscere la letteratura classica prima ancora che imparassi a leggere.
Non è più l’epica classica, dunque.
E il problema non è che Elena “dalle bianche braccia” sia invece nera e porti sul volto le cicatrici della guerra; né che i Lestrigoni siano diventati giganti corazzati. Non è neanche il fatto che Circe abbia perso la sua seduzione trasformandosi in una enigmatica Baba Yaga, o ancora, che Agamennone sembri uscito da un fumetto Marvel.
Anzi.
La rilettura di Circe l’ho trovata affascinante, così come ho trovato geniale l’idea dell’armatura e dell’elmo di Agamennone. Re di Micene e comandante supremo degli Achei, è la spina dorsale dell’esercito, la personificazione stessa della guerra. È il vero artefice della tragedia, il Signore del Male da cui tutto ha origine. Una figura centrale, pur restando spesso sullo sfondo, tanto che Nolan sceglie di dedicarle perfino il poster del film: non a Odisseo, ma ad Agamennone e al suo elmo dorato, già diventato iconico.
Non è più l’epica classica, dicevamo. Ma Nolan lo dichiara fin dai titoli di coda: ‘liberamente tratto da’.
E infatti rimescola i generi. Attinge all’epos, ma anche alla tragedia greca; vi innesta il dramma psicologico e non rinuncia nemmeno al fantasy, fino a regalarci un finale che è insieme catarsi aristotelica e melodramma romantico.
È un’operazione sicuramente hollywoodiana, (ma non un’ americanata), e proprio per questo, inevitabilmente divisiva. Da una parte c’è chi difende la tradizione e grida: “Giù le mani da Omero!”, dall’altra chi ne apprezza questa audace rilettura.
Fondamentalmente non è più l’epica classica perché non esiste più l’eroe, se anche il protagonista stesso non si sente più tale.
E lo si capisce già da una delle scene iniziali, tanto suggestiva quanto drammatica: Il cavallo di Troia, che sembra colare a picco, implodere e quasi affondare è forse la metafora più potente dell’intero film. Il simbolo dell’astuzia di Odisseo non entra in scena come un trofeo, ma come un presagio: dentro quel ventre di legno non si nasconde una vittoria, bensì l’inizio della fine, anche dell’eroe in senso classico.
L’Ulisse di Nolan è un uomo senza dèi, schiacciato dal senso di colpa, costretto ad assumersi il peso delle proprie responsabilità. È un uomo ripiegato su se stesso, che attraversa le lande deserte della propria mente raccogliendo brandelli di memoria. È un soldato Ryan che rivive l’assurdità della guerra e si domanda se abbia davvero meritato di sopravvivere ai suoi compagni. È un reduce del Vietnam, un Rambo che onora il campo di battaglia, e che sulle spalle non sembra portare solo il peso di Troia, ma tremila anni di guerre, massacri e violenze inflitte all’umanità.
È questa in fondo la grande novità: con una scelta autoriale di straordinario coraggio, Nolan incrina secoli di retorica eroica. Al canto degli aedi che celebravano il vincitore affianca una verità più amara, restituendoci la fragilità di un uomo, un soldato che ha fatto il proprio dovere, ma che scopre troppo tardi che nessuna vittoria può restituire ciò che la guerra ha strappato per sempre.
È l’uomo, quindi, che si assume la colpa e si infligge l’esilio.
In questa prospettiva anche il finale assume un significato diverso. Le parole di Odisseo: “Un’altra alba disperderà l’oscurità dal mondo e i nostri errori verranno dimenticati” non suonano come una promessa di redenzione, ma come una profezia.
Il tempo cancellerà la memoria delle colpe, ma non impedirà agli uomini di ripeterle. Altre guerre seguiranno, altri eserciti partiranno, altre città bruceranno. Cambieranno i nomi, non gli errori.
Ed è forse proprio qui che il mito ritrova la sua forza e la sua vera natura.
Materia viva, destinata a trasformarsi continuamente, il mito sopravvive perché ogni epoca lo riscrive secondo le proprie paure e le proprie domande. Cambiano i personaggi, cambiano i linguaggi, cambia perfino il significato dell’eroe, ma continua a soffiare sulle nostre coscienze, ad alimentare il nostro immaginario e, in fondo, a fare ciò che ha sempre fatto: dilettare, interrogarci… forse, persino educare.



