Dal “Giudizio Universale” dei Torresani parte il Museo Diffuso di Rieti: Rosati “data storica”

12/06/2026 | Attualità, Notizie in evidenza

Redazione – “Tre anni di lavoro silenzioso, ogni giorno, superando problemi assurdi che spesso ti tolgono il sonno. Oggi sono veramente contenta”. È forse questa l’immagine più autentica lasciata dall’assessore alla Cultura Letizia Rosati davanti agli affreschi tornati a splendere nell’Oratorio di San Pietro Martire. Affreschi che non smetteva di spiegare, raccontare… “Per Rieti è una data storica. Queste cose si vedono nelle grandi città d’arte e noi siamo stati capaci quasi di perderle, di tenerle sempre chiuse, nascoste…” Un’emozione personale che si intreccia con quella di una città che, dopo secoli di oblio, ha riscoperto uno dei suoi tesori più preziosi.

L’Oratorio di San Pietro Martire non è soltanto un monumento restituito alla città. È la prova che anche nelle aree interne dell’Appennino, cinquecento anni fa, si potevano realizzare opere capaci di dialogare con il meglio dell’arte rinascimentale italiana. È da questo significato profondo che l’assessore ha scelto di partire nel suo intervento alla presentazione del restauro.

Secondo l’assessore, il recupero degli affreschi ha infatti restituito non solo colori, dettagli e figure rimaste nascoste per secoli, ma anche una storia di ambizione, visione e mecenatismo. I fratelli Torresani, autori delle pitture, compresero l’importanza dell’incarico affidato loro da Giovanni Bernardino Sanizi e dalla ricca Confraternita dei mercanti, investendo in un’opera che all’epoca costò ben 400 scudi, una cifra enorme per il tempo.

Per Rosati, proprio in quell’impresa si può leggere una straordinaria operazione culturale: i Torresani portarono a Rieti il linguaggio del Rinascimento, reinterpretando i modelli dei grandi maestri come Signorelli, Beato Angelico, Raffaello e Michelangelo. In un’epoca in cui non esistevano fotografie né strumenti di riproduzione, riuscirono a trasferire nel cuore dell’Appennino suggestioni artistiche che altrimenti sarebbero rimaste confinate nei grandi centri della penisola.

Il restauro, ha sottolineato l’assessore, ha permesso di cogliere ancora meglio questa ricchezza, facendo emergere particolari che non erano più visibili e aprendo nuove prospettive di studio sull’opera e sul suo significato storico. Un intervento che assume un valore ancora più importante se si considera la sorte toccata all’Oratorio nei secoli successivi.

Rosati ha ricordato infatti come il luogo sia stato a lungo mortificato e degradato: trasformato in granaio, magazzino e segheria, con affreschi scialbati, danneggiati e in alcuni casi colpiti deliberatamente. Proprio per questo la restituzione alla città rappresenta oggi una sorta di risarcimento storico e culturale.

Ma il recupero dell’Oratorio non guarda soltanto al passato. Per Letizia Rosati e l’amministrazione comunale segna anche l’avvio concreto del progetto del Museo Diffuso di Rieti. Grazie alla sinergia tra i fondi dell’8 per mille destinati al restauro e le risorse del PNC Next Appennino dedicate alla gestione e alla valorizzazione, il complesso sarà regolarmente visitabile e inserito in un percorso che coinvolgerà anche il Teatro Flavio Vespasiano e Palazzo Comunale.

“La cultura deve creare attrattori”.  Solo così, ha spiegato, può diventare motore di turismo, sviluppo e crescita delle comunità. Un obiettivo che si inserisce anche nella più ampia sfida della Capitale Italiana della Cultura 2026, occasione per dimostrare che le città dell’Appennino non sono luoghi marginali, ma territori capaci di produrre bellezza, ricerca e innovazione culturale.

Da qui il messaggio finale: il restauro dell’Oratorio di San Pietro Martire è la dimostrazione concreta che l’Appennino esiste anche quando non è al centro delle cronache per il terremoto. Esiste attraverso la sua storia, i suoi capolavori e la capacità di trasformare il patrimonio culturale in uno strumento di rinascita e futuro.

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ph M. Festuccia

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