di Francesco Saverio Pasquetti – “La Sebastiani non finisce qui: ci vediamo l’anno prossimo!”. Sono accompagnate dal boato liberatorio degli oltre 1500 presenti a palazzo le ultime parole di patron Pietropaoli, che fuga così ogni dubbio sul futuro targato amarantoceleste.
Dopo una gara che avrebbe dovuto segnare la riscossa di Piunti e compagni e che invece decreta senza ombra di dubbio ed in modo netto la superiorità di Cividale, già ampiamente evidenziatasi soprattutto in gara tre, emerge con forza la passione e la voglia del patron, che non manca di onorare gli avversari ed il loro presidente, abbracciato dopo la partita. Strappa il microfono dalle mani dello speaker, Pietropaoli, e con il suo intervento spazza via quell’ombra di malumore emersa nel pubblico a fine gara, regalando ai presenti un momento di grande impatto emotivo, com’è d’abitudine per il vulcanico patron reatino il quale – dopo le polemiche dovute alla sua intervista alla vigilia di gara 4 – ha saputo toccare le corde della gente, ribadendo che il pubblico è “da serie b solo nei numeri” ma che per il resto è un “pubblico da Eurolega”. In tal modo è riuscito in qualche maniera a lenire l’enorme delusione per una serie che sembrava essere partita nei migliore dei modi e che si è invece conclusa con due nette sconfitte proprio in quella gloriosa arena che sarebbe dovuta essere il fortino della Sebastiani.
L’esito dei quarti è stato in qualche modo impietoso e senza appello: in entrambe le gare casalinghe la squadra di coach Crosariol è sembrata impotente dinanzi ad un team meglio assemblato ed in grado di condurre senza patemi entrambe i match dal primo all’ultimo minuto. Sconfitte, quelle dei playoff, che partono da lontano, figlie di problemi che sin dalla prima giornata hanno afflitto la Sebastiani. Un team che non è mai diventato squadra vera, senza un leader tecnico in grado di prenderla per mano. Spesso incapace di giocare con intensità e concentrazione, anche in gara quattro Rieti è sembrata in balia della formazione di Pillastrini, preda troppo spesso di iniziative confuse e per la maggior parte frutto di giocate individuali forzate, imprecise, inconcludenti. Dall’altra parte, invece, una formazione perfettamente oliata da un coach esperto che tante volte, con l’incubo montegranaro, ha fatto piangere i tifosi reatini e che anche stavolta è parso insuperabile nella sua sagacia tecnico tattica.
La cronaca del match è una sorta di fotocopia di gara tre: sin dai suoi albori si è capito che ci sarebbe stato poco da fare, con un 10-0 stampato in faccia agli atleti reatini che ha messo subito in chiaro le differenze fra le due formazioni. Per tutta la gara Rieti ha rincorso affannosamente i rivali, bruciando spesso inutilmente energie fisiche e mentali nel tentativo, mai raggiunto, di avvicinarsi davvero ai rivali l. Anzi: la fortunosa tripla di Redivo, scagliata da metà campo a fil di sirena del secondo quarto e andata a segno di tabella, scavava un gap che si avvicinava anche ai venti punti di margine ad inizio terzo quarto e che solo un 4/4 dall’arco di un ritrovato Mian (davvero troppo tardi! Stagione deludente la sua) consentiva di limare in qualche modo. Ma ogni affannoso tentativo di rimonta si infrangeva puntualmente sulle infallibili bocche da fuoco rivali, capaci di medie stratosferiche dall’arco, ottenute anche grazie a tiri concessi con troppa facilità da Rieti ma frutto anche del bel gioco d’attacco ospite, sempre condotto in grande scioltezza e con una libertà mentale che ha anch’essa fatto la differenza. Inutile parlare di singoli: come in gara 3, nessuno forse si distingue nel team amarantoceleste,fiammata Mian a parte. Nemmeno la buona sorte aiuta gli amarantocelesti: sul meno sei a due dal termine la tripla di mian che avrebbe dato un solo possesso di vantaggio agli ospiti viene inesorabilmente risputata fuori da un cesto che pareva una tazzina di caffè per i reatini ed una vasca da bagno per i gialloblù. Ci pensa infine, la solita terna arbitrale tutt’altro che casalinga a suonare il definitivo de profundis per piunti e co: il folle doppio tecnico assegnato ad Hogue e ad un Marangon spesso immarcabile decreta l’uscita dal campo per falli dell’unico leader emotivo della squadra.
La gara finisce con l’esultanza incontenibile degli ospiti, il cui presidente viene immediatamente raggiunto e congratulato dal solito, sportivissimo Pietropaoli, e fra i mugugni del pubblico che, tuttavia, si spengono grazie all’ intervento provvidenziale del presidente. Cala dunque il sipario su una stagione difficile e tormentata, segnata indelebilmente dalla tragedia Marianella (“avete dimostrato – aggiungerà alla fine il patron – che Rieti non era quella di quella sera”) e da un andamento caratterizzato da troppi alti e bassi e poi culminato con l’esonero di Ciani e l’arrivo del giovane Crosariol. Una scossa che non è bastata a rendere un gruppo di giocatori davvero “squadra”. l’uscita ai quarti (arrivati anche grazie alle due sconfitte revocate per via dell’ abbandono di Bergamo, ad onor del vero n.d.r) ne è stata la logica conseguenza. Una compagine dunque da rifondare, con obiettivi tutti da ridefinire in una piazza, quella reatina, che sembra ancora stentare – nella sua gente, nella componente economica ed in quella politico/istituzionale – a riconoscersi nel progetto Sebastiani.
Uno snodo cruciale, questo, attraverso cui passerà il futuro del basket a Rieti.
16_05_26
foto Sebastiani



