Da via Cintia alla Fondazione, in città c’è confusione

3/05/2026 | Il domenicale, Notizie in evidenza

via Cintia 3 maggio 2026001

di Massimo Palozzi – Stando alle tesi dei creatori che tanto hanno convinto sindaco e giunta, i lampioni di Porta Cintia, brutti (giudizio soggettivo) e fuori contesto (constatazione più che oggettiva), sono stati installati allo scopo di dialogare con l’architettura del luogo e produrre effetti benefici al di là della loro mera funzione pratica. Per farlo (e su questo i designer lo avranno dato per scontato), avrebbero dovuto per lo meno essere rifiniti a dovere. Invece, colature di vernice, stuccature approssimative e una sensazione complessiva di poca cura hanno presentato ai reatini uno spettacolo che avrebbe potuto essere decisamente migliore.

Ad oggi la maggior colpa di quei lampioni non è comunque il loro aspetto. Illuminano infatti un tratto di strada appena riqualificato e riaperto alla circolazione solo due settimane fa, mostrando una realtà ben lontana dalle aspettative della popolazione. Dopo tanta attesa e tanti disagi, i reatini erano del resto pronti ad accogliere sì miglioramenti sostanziali sul lato estetico, ma anche e soprattutto su quello funzionale di via Cintia. Purtroppo, l’esperienza di questi primi giorni dice altro.

Già la scelta di eliminare i marciapiedi aveva fatto discutere a cantiere ancora aperto. Un intervento così radicale non era facile da metabolizzare, ma si confidava che fossero stati esplorati tutti i possibili scenari prima di prendere quella decisione. I dubbi, al contrario, non sono stati fugati. I lampioni piazzati quasi in mezzo alla sede stradale, peraltro completamente diversi dai futuristici imbuti sovrapposti della vicina Porta (che hanno forse l’involontario pregio politico di richiamare con la loro forma la fiamma del simbolo di FdI), dovrebbero fungere da surrogato ai marciapiedi spariti. I fatti stanno però dimostrando che la misura non funziona granché. La soppressione dei parcheggi è rimasta sulla carta. Le auto non solo continuano a transitare come prima, ma come prima stazionano, adesso in sosta vietata, facendo arrabbiare pedoni e commercianti e costringendo i vigili agli straordinari. Colpa degli automobilisti indisciplinati e della diffusa mancanza di senso civico, certo. Ma colpa anche di interventi sulla città, positivi presi singolarmente, ma poco coordinati tra loro per ottenere in sinergia un effetto d’insieme generatore di valore aggiunto.

La confusione prodotta dai tanti lavori avviati in contemporanea per non far scadere i fondi del Pnrr pare insomma lontana dal risolversi, nonostante la chiusura dei principali cantieri. E che sia un periodo piuttosto confuso per la città lo dimostra in senso più ampio il malessere che circola nelle felpate stanze della più paludata istituzione locale: la Fondazione Varrone.

Lo scontro tra Assemblea dei soci e Consiglio di indirizzo, che da tempo covava sotto la cenere, è esploso pubblicamente martedì quando la prima ha licenziato una nota per contestare la proposta di riforma approntata dal secondo.

In ballo ci sono modifiche  che secondo l’Assemblea altererebbero la natura della Fondazione, compromettendo il raggiungimento degli scopi statutari di utilità sociale e di promozione dello sviluppo dell’intero territorio provinciale. “L’impostazione che discenderebbe dall’approvazione delle riforme statutarie”, si legge nella nota, “romperebbe ogni equilibrio istituzionale, comprimendo il pluralismo e svuotando il ruolo dell’Assemblea dei soci, che verrebbe ridotta a un organismo puramente simbolico, privo di reale incidenza”.

Incurante delle censure mosse dall’assise presieduta dall’avvocato Italo Carotti, mercoledì il Consiglio di indirizzo ha approvato sia il bilancio consuntivo del 2025 sia una serie di variazioni allo statuto, recependo con l’occasione le nuove direttive contenute nell’addendum al protocollo Acri-Mef ratificato a ottobre dall’associazione di riferimento delle fondazioni di origine bancaria e dal ministero dell’Economia che su di esse esercita la vigilanza pubblica. Tra le novità, l’estensione a sei anni del mandato del presidente. “Si tratta di modifiche che vanno a semplificare la struttura dell’ente senza snaturarne in alcun modo ruolo e funzioni”, ha spiegato il presidente Mauro Trilli, non risparmiando una stilettata ai malpancisti: “L’Assemblea dei soci ha detto no alle modifiche statutarie e ne ha censurato i contenuti sulla stampa, generando un allarme che non ha ragione di esistere. Quanto all’impegno e alla vicinanza della Fondazione Varrone al territorio parlano i numeri, come l’ultimo bilancio approvato sta a dimostrare”.

Quello che sta emergendo è uno spaccato di reciproche ostilità latenti da tempo, dove le ambizioni personali rischiano di fare ombra alla missione dell’ente che ha raccolto l’eredità della Cassa di Risparmio.

Non è difficile prevedere un aumento del livello di tensione nell’immediato futuro. Finora è stato un conflitto a bassa intensità, ma complici le ormai vicine elezioni amministrative del 2027, il riposizionamento degli attori in campo e la lotta di potere che si è scatenata riserveranno di sicuro altri colpi di scena.

 

03-05-2026

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