di S. Santoprete – Bruna Formichetti è una donna conosciuta da molti anche per il suo impegno nel volontariato, quando le condizioni di salute glielo permettevano. Si rivolge alla nostra redazione sperando di dare una svolta alla sua situazione attuale visto che la quotidianità le è profondamente cambiata. Vive con una invalidità riconosciuta al 100%, tra difficoltà fisiche e fragilità psichica che non solo rende ogni gesto più complicato ma, soprattutto, la espone o a un rischio concreto quando resta sola. Nonostante questo, mantiene una lucidità e una determinazione forti: sa cosa le serve e lo chiede con chiarezza, senza pretendere nulla di più del necessario.
La sua richiesta è semplice: poter vivere vicino a sua figlia, l’unico vero punto di riferimento familiare. Non una scelta di comodità, ma una necessità. Perché quando si cade in casa, quando ci si sente male, quando serve aiuto immediato, la distanza diventa un problema reale, non teorico.
A raccontare nel dettaglio la situazione è il suo avvocato, che segue il caso e chiarisce i punti essenziali della vicenda, riportando tutto su un piano concreto: quello dei diritti e dei bisogni attuali.
“Bruna è una donna con una invalidità riconosciuta al 100%, accompagnata da difficoltà anche sul piano fisico che rendono complicati i movimenti quotidiani. Le relazioni mediche parlano chiaramente della necessità di assistenza continua. Non si tratta quindi di una situazione temporanea, ma di una condizione stabile che richiede per diversi motivi attenzione e soluzioni adeguate.
Il punto da cui partire è la casa in cui Bruna viveva in precedenza, in via Comotti. Un’abitazione che nel tempo si è rivelata inadeguata alle sue condizioni per la forte umidità presente. Da lì nasce l’intero percorso che ha portato alla richiesta di un alloggio più idoneo prima individuato in via Carlo Sforza ma al IV piano ed ora al pianterreno.
Oggi però il problema principale non è più solo quello dell’idoneità dell’abitazione, ma della distanza. Bruna vive lontana dall’unico riferimento familiare stabile, la figlia, e questo la espone a un rischio concreto. In caso di qualunque tipo di necessità, non c’è nessuno che possa intervenire rapidamente. Una condizione che, alla luce delle sue patologie, diventa difficilmente sostenibile.
Per questo, spiega l’avvocato, è stata presentata una richiesta formale tramite PEC già nei mesi scorsi, indirizzata al Comune di Montopoli, a quello di Fara Sabina, a Poggio Mirteto e all’Ater, per ottenere un trasferimento in un alloggio più vicino ai familiari. Una richiesta supportata da tutta la documentazione sanitaria necessaria. Ad oggi, però, le risposte sono state assenti. Solo Poggio Mirteto ha dichiarato di attendere l’autorizzazione dell’ATER per decidere.
“Non stiamo chiedendo qualcosa di straordinario – sottolinea – ma una soluzione che tenga conto della situazione reale della persona”. Anche perché, aggiunge, una ricollocazione vicino alla famiglia non rappresenterebbe solo un beneficio per Bruna, ma anche una gestione più sostenibile della sua condizione nel tempo.
La richiesta è semplice: individuare un alloggio disponibile in un’area più vicina ai suoi affetti, senza rigidità eccessive sul comune specifico, ma con l’obiettivo di garantire una rete di supporto concreta. Un principio che, oltre che umano, trova riscontro anche nelle normative che tutelano le persone con disabilità grave.
Nel frattempo, resta il silenzio degli enti coinvolti.



