di M. Palozzi – Il test aveva valenza nazionale, ma i risultati del referendum vanno inevitabilmente letti anche in chiave locale. Con un’affluenza del 61,6%, la provincia di Rieti ha superato di quasi tre punti percentuali il dato medio complessivo. Nel capoluogo ha votato il 61,94% degli aventi diritto. Quanto agli altri due comuni più grandi, Fara Sabina si è attestata sul 63,11%, mentre Cittaducale ha fatto meglio con il 64,78%. Il comune con i seggi più affollati è stato Borgo Velino (72,47%). In coda alla classifica si è piazzato invece Pozzaglia Sabina con il 48,82%.
Il primo dato da analizzare è quindi proprio quello relativo all’affluenza. Alta, nonostante gli oltre sei punti in meno rispetto all’ultimo referendum costituzionale del dicembre 2016 (riforma Renzi).
Una massiccia partecipazione significa un forte interesse per una riforma molto tecnica ma molto politicizzata durante la campagna referendaria. Se non è stato un voto pro o contro l’attuale governo, poco c’è mancato. La separazione delle carriere dei magistrati del resto non è un tema che appassiona la maggior parte della gente. È invece diventato un argomento divisivo per la radicalizzazione dello scontro fomentata dagli opposti schieramenti.
Il dato finale ha visto la vittoria del no con il 53,7%, a fronte del 46,3% ottenuto dal sì. A Rieti il risultato è stato in controtendenza. A livello provinciale i favorevoli alla riforma costituzionale sono stati infatti il 52,73%, rispetto al 47,27% dei contrari. In città il sì ha invece prevalso di pochissimo: 50,71% contro 49,29%.
Proprio a Rieti è in servizio come sostituto procuratore della Repubblica Rocco Gustavo Maruotti, che dal febbraio 2025 è anche segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati. L’Anm, il “sindacato” delle toghe, si è fortemente battuta contro la riforma Nordio e il dottor Maruotti è stato sempre in prima linea. Come ha risposto dunque la “sua” città? Sul piano politico, la destra da un trentennio al potere può rivendicare la vittoria, ancorché striminzita e lontanissima dagli ultimi risultati elettorali, a dispetto dei consolidati assetti di potere lungo la filiera governo-Regione-Provincia-Comune capoluogo.
Sull’altro versante le opposizioni, Pd in testa, hanno manifestato grande soddisfazione, segnalando come il vento sia cambiato in vista delle amministrative del 2027, ora aperte a qualsiasi risultato.
La verità sta forse nel mezzo. La risicata affermazione locale rientra nel quadro della pesante sconfitta incassata nel complesso dalla maggioranza. I pochi decimali di scarto tra il sì e il no registrati a Rieti equivalgono a una vittoria di Pirro e segnano anche qui una sostanziale bocciatura di un sistema di governance poco apprezzato. Sarebbe tuttavia un errore legare le sorti dell’amministrazione reatina al risultato referendario, mentre appare evidente il fastidio nei confronti di un metodo che arriva a modificare addirittura la Costituzione a colpi di maggioranza blindata. Prima ancora del merito, gli elettori hanno punito la tracotanza con cui la riforma è stata approvata in Parlamento e poi sottoposta al giudizio popolare, come se fosse la mera bollinatura di un provvedimento da ratificare solo per affinità ideologica. La realtà ha dimostrato che le appartenenze politiche non sempre si riflettono in cieche adesioni ai dettami dei leader. Molti dei suggestivi argomenti con cui i propugnatori del sì hanno presentato la riforma costituzionale hanno in effetti tramesso agli elettori la sensazione di essere considerati come degli sprovveduti da indottrinare e questo ha giocato un ruolo rilevante nel far spostare masse di voti anche di persone ideologicamente affini ai partiti di governo.
Rieti non è rimasta immune da questo effetto. Si fosse votato in contemporanea alle politiche o alle amministrative, non è escluso che i risultati sarebbero stati diversi. Il combinato disposto di una revisione costituzionale presentata con riferimenti avulsi dalla realtà, di condotte non proprio irreprensibili da parte di esponenti di primo piano della maggioranza e di un malcontento crescente sia a livello nazionale che locale, spiega alla fine il risultato che a destra, tanto a Roma quanto a Rieti, guardano con particolare preoccupazione.
Sono giustificati i canti di giubilo del centrosinistra? Pare prematuro affermarlo, per almeno due ragioni. La prima è che, malgrado l’evidente politicizzazione del voto di domenica e lunedì, un conto è un referendum, un conto sono le elezioni per scegliere candidati e linea politica per il governo del paese o dell’ente locale.
Il secondo motivo è che agli elettori deve essere offerta un’alternativa. Tanto più credibile quanto più radicato e diffuso pare mantenersi un sentimento conservatore ancorato a parole d’ordine di sicura presa, sebbene trascurate nell’applicazione pratica: sicurezza, servizi pubblici efficienti, abbassamento dell’imposizione fiscale, rilancio dell’economia.
Per rimanere a questi quattro ambiti, negli ultimi anni a Rieti si è registrato un progressivo arretramento. Nonostante l’irripetibile afflusso di risorse Pnrr, l’offerta politico-amministrativa ha mostrato una certa debolezza di fondo. Ma se Atene piange, Sparta non ride. Sul fronte opposto non sono finora emerse né personalità né indicazioni di prospettiva per soppiantare l’esistente. E questo è un limite fortissimo per chiunque aspiri a un cambio di regime.
24-03-2026



