di Lucia Ricciardi – Raramente una locandina cinematografica mi ha colpita con la forza di quella di Hamnet, accendendo in me una curiosità simile a quella che si prova davanti a un dipinto enigmatico e simbolico.
Il contrasto tra la veste rosso vermiglio di lei e i toni freddi dell’abito di lui hanno catturato subito la mia attenzione: colori complementari che si oppongono e si contrastano, ma che cromaticamente si completano. E dunque mi suggerivano anche una complementarietà di tipo psicologico.
Ma dentro quella frattura cromatica, affiorava inoltre qualcosa di più sottile: una sintonia silenziosa, affidata allo sguardo, alla postura, a un raccoglimento che unisce le due figure come in un intimo patto segreto.
A colpirmi anche la cornice vegetale, descritta con precisione meticolosa, come se fosse uscita direttamente da un quadro fiammingo o dalla Primavera di Botticelli.
Con questa bellezza negli occhi, e con l’eco delle risonanze che il film aveva già raccolto alla sua uscita, sono entrata in sala con aspettative altissime.
Conoscevo a grandi linee la trama: inoltrandosi in un sentiero poco battuto — quello della vita privata di William Shakespeare — la regista Chloé Zhao, insieme all’autrice dell’omonimo romanzo, costruisce una possibile genesi della tragedia di Amleto. A partire da un flebile indizio — la morte del piccolo Hamnet, a soli undici anni, avvolta dal silenzio delle fonti storiche — il film immagina una ferita originaria, una radice emotiva da cui potrebbe essere germogliata una delle opere più celebri della storia del teatro.
Lo dico subito: Hamnet per me non è un film perfetto. Alcuni stacchi di montaggio appaiono bruschi, certi passaggi cruciali sembrano compressi, quasi sacrificati, quando avrebbero meritato più respiro, più tempo per depositarsi nello spettatore.
Eppure, le corde emotive che sa sfiorare, la potenza iconica di alcune scene, la resa monumentale e primordiale della natura spazzano via ogni imperfezione marginale.
È chiaro che la regista sceglie la via della sottrazione: la narrazione si affida più agli sguardi che alle parole, alla densità delle immagini più che alla spiegazione, e soprattutto alla prova intensa dei due protagonisti, Jessie Buckley e Paul Mescal.
Molti snodi emotivi della loro relazione non vengono dichiarati: si intuiscono, si respirano, restano sospesi. Ed è forse proprio questa forza del “non detto” a rendere il film magnetico, di una bellezza epidermica, che ti raggiunge prima ancora di essere compresa.
La natura è raccontata in modo sontuoso, quasi ieratico. Il bosco in cui Agnes si rifugia possiede il fascino oscuro delle fiabe: un luogo di protezione e di minaccia insieme. L’antro scuro, presenza incombente sul limite del sentiero, sembra una soglia verso un altrove, il varco tra la vita e l’ignoto. Il mito di Orfeo, evocato nelle scene iniziali, ci invita a leggere quell’apertura come la porta per gli Inferi; e non è un caso che lo stesso ritorni come fondale durante la rappresentazione di Amleto.
Agnes è il cuore pulsante del film, una figura magnetica e tragica; per la sua interpretazione non mi stupirebbe l’ambita statuetta d’oro. In una lettura psicologica, lei incarna ciò che Jung definisce il “femminino sacro”: un’energia archetipica, intuitiva, viscerale.
Figlia della foresta, dorme rannicchiata tra le radici degli alberi, in una comunione profonda con le forze primordiali della natura. Appartiene al cielo e alle piante, conosce i segreti delle erbe, prepara pozioni, comunica con le creature selvatiche. La scena del parto nel bosco è un’esperienza panica: lei respira e la terra respira con lei, in una simbiosi totale. È forse una delle traduzioni visive più potenti della forza generatrice di Madre Natura che il cinema recente ci abbia offerto.
William, al contrario, è uomo di lettere, di pensiero, incline alla riflessione e meno avvezzo alle attività manuali. Rimane in ombra rispetto ad Agnes, che è il vero perno narrativo. Ma questa sottrazione è anche funzionale: racconta il suo modo diverso di stare nel dolore.
“Tu non c’eri”, gli rinfaccia lei nel tentativo rabbioso e istintivo di lei di trovare un colpevole per una perdita insopportabile. Lei soffre in maniera istintiva, lui elabora in silenzio.
In questo scarto profondo tra Agnes e William si riflette con chiarezza la celebre dicotomia formulata da Nietzsche tra spirito dionisiaco e spirito apollineo. Agnes incarna la dimensione dionisiaca: vive la perdita come esperienza devastante. William, al contrario, si muove sul piano apollineo: cerca forma, distanza, misura.
Ma come per Nietzsche la nascita della tragedia nella sua forma perfetta è nell’opposizione fertile fra le due forze, così anche in Hamnet i due coniugi trovano completezza proprio nella loro opposizione (ricordate il contrasto tra la veste rossa di lei e quella verde turchese di lui?): solo dalla loro tensione nascerà l’opera e il dolore troverà una possibilità di essere detto e accettato.
Mentre il rancore di Agnes si fa accusa nei confronti del marito, William tace, si ritira. Torna a Londra. La scrittura e poi la messa in scena di Hamlet si rivelerà una vera discesa agli Inferi, un viaggio interiore nel tentativo di capire il dolore e forse riportare in vita il figlio.
Ed ecco, allora, che il mito di Orfeo ritorna con tutta la sua forza simbolica. Ma, attenzione, William compie un gesto diverso da quello del cantore antico: diversamente da Orfeo che si gira a guardare Proserpina, perdendola definitivamente, William non guarda in faccia l’orrore, lo filtra. Un altro mito, allora, mi torna alla mente: quello di Perseo, che per sconfiggere Medusa senza esserne pietrificato, usa lo scudo come specchio. È proprio attraverso lo specchio dell’arte, infatti, che Shakespeare riesce a comprendere la morte senza guardarla in faccia, – ché sarebbe troppo lacerante – e a riportare il figlio “in vita” per l’eternità.
L’arte così raccontata non è solo strumento di consolazione, ma diventa gesto di resurrezione simbolica, trasformando la tragedia individuale in dolore universale e condiviso.
Quando poi, all’uscita dalla sala, torno con lo sguardo a quella locandina che da subito mi aveva chiamata, sento di chiudere finalmente il cerchio: ora la comprendo davvero. Quel contrasto di colori, quella distanza e quella segreta armonia tra i due corpi non sono più solo una ricerca estetica fine a sé stessa, ma il distillato silenzioso di tutto il dolore, il divario emotivo e la trasformazione che il film ha saputo raccontare. E la cornice racconta una complessità della natura che va al di là di un semplice intrico di vegetazione.



