L’omicidio dell’ospedale riaccende un faro sulle malattie mentali

25/01/2026 | Il domenicale, Notizie in evidenza

San Camillo De Lellis ph M. D'Alessandro03

di Massimo Palozzi – Il terribile omicidio avvenuto mercoledì in una stanza del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell’ospedale di Rieti ha scosso l’opinione pubblica per la sua brutalità e anche per aver sollevato il velo dal microcosmo nascosto delle malattie mentali.

Nel tardo pomeriggio del 21 gennaio un giovane romeno ha ucciso un paziente reatino di 72 anni ricoverato insieme a lui, percuotendolo brutalmente con una spranga metallica ricavata da una sponda del letto divelta. Inutili i tentativi di soccorso del personale immediatamente accorso: la violenza dei colpi non ha lasciato scampo alla vittima.

L’assassino è stato arrestato dai carabinieri e portato in carcere dove si trova sorvegliato in isolamento. Due diverse inchieste, una della magistratura e una interna alla Asl, cercheranno di fare luce sull’accaduto alla ricerca di eventuali responsabilità, visto che l’omicida era anche recidivo avendo aggredito tempo fa con la stessa ferocia un’altra persona durante un precedente ricovero.

Seppur con sfumature diverse, questa vicenda ha riportato alla memoria la scioccante esperienza vissuta quasi 25 anni fa dal dottor Riccardo Colangeli. Il 6 ottobre 2001 lo psichiatra reatino si era recato in visita a una paziente in preda a una forte crisi. Al suo arrivo la donna lo colpì all’improvviso alla testa con uno spiedo, causandogli gravi danni cerebrali. Al termine di un lungo periodo di cure e riabilitazione, il dottor Colangeli, che all’epoca dell’incidente aveva 41 anni, ha ripreso in mano la sua vita continuando a esercitare la professione in un’ammirevole dimostrazione di resilienza e prontezza di spirito. Sulla sua storia ha pure scritto un libro pubblicato lo scorso agosto (“Oltre la porta. Come un infortunio sul lavoro mi ha cambiato l’esistenza”, Prospettiva editrice).

Il disagio psichico è un tema enorme che però conosce le luci della ribalta solo quando accade una tragedia o quando occorre trattare autori di reati, come nel caso del ventunenne romeno responsabile dell’omicidio di quattro giorni fa. Il ragazzo si trovava infatti ricoverato all’ospedale in attesa di essere trasferito in una Rems (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza). La nuova sede di quella reatina è stata inaugurata il 2 agosto 2021 in via Tavola d’Argento.  Si tratta di una struttura destinata all’accoglienza di 15 ospiti di sesso maschile che hanno commesso reati ma non sono imputabili perché affetti da infermità mentale e al contempo classificati come socialmente pericolosi. Di loro si fanno carico varie figure professionali secondo un approccio multidisciplinare, dagli psichiatri agli infermieri, dagli operatori socio-sanitari agli addetti alla vigilanza.

Le malattie mentali sono catalogate in diverse categorie e la loro gestione si adegua al tipo e alla gravità dei sintomi. Prima della legge Basaglia (la 180 del 1978) le persone affette da disturbi psichici seri erano di fatto considerate irrecuperabili e socialmente pericolose senza distinzione. Le misure di contenimento consistevano quindi nell’isolarle dal mondo relegandole negli ospedali psichiatrici.

A partire dal 1978, con la chiusura dei manicomi, incluso quello reatino, il rapporto con questo tipo di pazienti è finalmente cambiato, restituendo innanzitutto dignità a uomini e donne bisognosi di aiuto attraverso percorsi di diagnosi, cura, terapie (farmacologiche e non solo), inclusione sociale, fino all’inserimento nel mondo del lavoro.

Peraltro, prima della legge Basaglia, in manicomio potevano finirci individui dagli stili di vita semplicemente non omologati. Il campionario di aberrazioni è ricco di esempi e non sono passati nemmeno cinquant’anni da quando quelle concezioni assurgevano a verità scientifiche.

La radicale diversità di trattamento dei disturbi della psiche che si è imposta con la rivoluzione basagliana non ha ovviamente eliminato il tema del rischio. Quello che è successo mercoledì al de Lellis rappresenta infatti solo la punta dell’iceberg. Oltre la metà del personale che lavora nel settore salute e, in particolare, salute mentale, ha subito nel corso della propria carriera violenza fisica o minacce verbali. Questa sensazione di insicurezza è peggiorata negli ultimi anni, tanto da costituire uno dei principali elementi di fuga dal servizio sanitario nazionale. Un’indagine condotta nel 2024 dal Coordinamento nazionale dei servizi psichiatrici di diagnosi e cura ha rivelato che su 26.000 professionisti della salute mentale, di cui 1.400 psichiatri, il 49% aveva subito una qualche forma di violenza fisica al lavoro negli ultimi due anni (il 27% più di una volta), mentre il 74% aveva subito minacce verbali da parte di pazienti nel corso degli ultimi tre mesi (il 52% più di una volta). Più in generale, il 57% degli psichiatri sentiva a rischio la propria incolumità durante il servizio.

Questi dati si inseriscono in un quadro complessivo nel quale non si contano le aggressioni ai danni di medici e operatori sanitari.  Come sottolinea la Società italiana di psichiatria, di questi episodi sono spesso vittime le donne, al punto da poterli catalogare come una forma di violenza di genere. Insomma, un panorama del disagio piuttosto frastagliato dove la cronaca questa settimana ha fatto irruzione con spietata crudeltà.

25-01-2026

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