di Massimo Palozzi – La scomparsa giovedì a 90 anni del professor Valerio Leoni segna in qualche modo la fine di un’epoca. Perché Leoni non solo è stato un luminare dell’Igiene ambientale ma soprattutto, sul versante locale, uno dei protagonisti dell’arrivo dell’università a Rieti. Fu infatti lui ai primi degli anni Novanta a sostenere da accademico ascoltato e amante della sua terra (era originario di Rivodutri) l’insediamento di un polo universitario in città. E nonostante il trascorrere del tempo, aveva mantenuto sempre viva l’attenzione su quella che era un po’ la sua creatura, continuando ad intervenire con puntualità ogni volta che si parlava della storia e delle prospettive della Sabina Universitas. Senza risparmiare stoccate a chi all’epoca non aveva avuto la lungimiranza di credere in quell’avventura, alla quale ha anche dedicato un libro, e senza fare sconti a chi si impegnò per impedire l’apertura di alcuni corsi o a chi lo mise freddamente alla porta il giorno del suo pensionamento.
La rettrice della Sapienza Antonella Polimeni lo ha ricordato con parole di sentito cordoglio, ripercorrendone la carriera (iniziata all’Aquila) nell’ateneo romano dove fu ordinario di Igiene e titolare della prima cattedra di Igiene ambientale, nonché direttore dell’omonima Uoc al Policlinico Umberto I. Autore di oltre 220 pubblicazioni scientifiche, direttore e condirettore di riviste specialistiche, il prof. Leoni ha dedicato oltre cinquant’anni all’insegnamento e alla ricerca, ricoprendo ruoli di rilievo in enti scientifici e internazionali, tra cui l’Oms, il Codex Alimentarius, il Cnr e il Consiglio superiore di sanità.
La sua voglia travolgente di indagare i segreti dell’esistenza non si limitò tuttavia al solo campo sanitario. Soprattutto negli anni della pensione riprese con passione a coltivare la ricerca storica fondando nel 2009 l’Associazione Storica per la Sabina che ha presieduto fino al 2014. Roberto Lorenzetti, che di Leoni fu amico e successore alla guida dell’Associazione, lo ha celebrato come “una persona di grande valore morale e culturale. Il suo impegno civile merita di essere ricordato. Senza la sua caparbietà oggi non avremmo l’università a Rieti”.
Se la parabola umana del professor Leoni si è conclusa questa settimana, altrettanto non può dirsi per il suo sogno di fare di Rieti una vera città universitaria. I semi da lui gettati oltre trent’anni fa stanno finalmente germogliando, pur in un contesto profondamente cambiato rispetto ad allora. Basti pensare al caso degli infermieri, il cui scarso numero è diventata forse l’emergenza principale del Servizio sanitario nazionale. Secondo uno studio del Sole 24 Ore pubblicato martedì, ne mancherebbero 70mila e le prospettive sono tutt’altro che rosee. Quest’anno per la prima volta ai test di ammissione alla laurea triennale si sono presentati addirittura meno candidati rispetto ai posti disponibili, con l’inevitabile conseguenza di lasciare ancor più scoperti i reparti ospedalieri di tutta Italia, a meno di non attingere dall’estero. I motivi di questa disaffezione sono vari, dalle retribuzioni inadeguate alle basse prospettive di carriera, dai carichi di lavoro sempre più onerosi alle forti limitazioni all’esercizio libero professionale: se le condizioni non cambieranno, stimano sindacati ed esperti, la tendenza non potrà che peggiorare.
Quando Leoni si batteva per i corsi di laurea in Scienze infermieristiche, partiti sotto l’egida della Sabina Universitas nel 1994, la lotta per entrare era invece serrata. Gli aspiranti infermieri erano almeno il triplo o il quadruplo dei posti disponibili e questo fervore si rivelò uno dei tanti ostacoli con i quali il professore dovette confrontarsi. Fino ad allora, infatti, la formazione infermieristica a Rieti era appannaggio delle suore dell’istituto Vannini, una tra le prime scuole professionali in Italia, con un’attività iniziata nel 1969 e durata fino alla chiusura nel 2014.
Istituita da suor Carla Miglioli e guidata per molti anni da suor Afra Marcolongo, la scuola era intitolata a Giuseppina Vannini, la fondatrice della Figlie di San Camillo dichiarata santa da papa Francesco il 13 ottobre 2019. Nei 45 anni di attività, dal Vannini sono usciti quasi duemila infermieri professionali, anche dopo l’affiliazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore “Gemelli” di Roma, lasciando un’impronta profonda nella società reatina, al di là della didattica e delle abilitazioni professionali.
Di quel periodo Leoni ricordava le difficoltà relazionali con la diocesi che considerava i corsi della Sapienza un pericoloso rivale per la sopravvivenza del Vannini. Alla fine le due strutture andarono avanti in parallelo per una decina d’anni, fino a che l’istituto religioso decise di cessare le proprie attività. Una concorrenza del genere non poteva reggere a lungo in una realtà piccola come quella reatina, come hanno dimostrato in epoca più recente analoghe duplicazioni, finite con uguale esito ancorché in ambiti completamente diversi.
14-09-2025



