Pronto Soccorso rinnovato, università, tecnologie d’avanguardia. Miracolo possibile?

16/06/2025 | Notizie in evidenza, Sanità

Asl Maccari intervista

Apprezziamo la disponibilità. Nonostante una settimana densa di impegni, il dottor Maccari, direttore generale della ASL di Rieti, ci concede un’intervista nel giorno della Festa della Repubblica, alle 15:30, direttamente al Pronto Soccorso. “Non so cosa ci aspetterà, ma non ho paura di scoprirlo insieme a voi”, ci dice.

Le sale d’attesa sono due: una per i familiari, l’altra per i pazienti. Qualcuno ci anticipa che, varcata la porta scorrevole, potremmo trovare circa quindici barelle con malati in attesa. Nei pochi secondi prima di entrare immaginiamo una scena da film, con personale in affanno per sistemare tutto. Ma l’ambiente appare ordinato, pulito, i pazienti disposti in modo dignitoso, circondati da tende che garantiscono la privacy. Quando ipotizziamo che il reparto sia stato messo in ordine per la visita del direttore, ci vengono riferite diverse ispezioni a sorpresa fatte in passato.

È lo stesso Maccari ad affidarci al dottor Walter Roscetti, responsabile UOC Medicina e Chirurga di Accettazione e d’Urgenza, per un lungo sopralluogo in uno spazio molto più ampio di quanto si immagini: 1740 metri quadrati. “Oltre ai lavori strutturali – spiega Roscetti – la vera rivoluzione è stata la riorganizzazione dei percorsi assistenziali. Fin dall’ingresso, un punto accoglienza gestito da personale infermieristico funge da tramite tra medici, pazienti e familiari, migliorando la comunicazione e la qualità dell’assistenza.

Un altro aspetto centrale è il triage avanzato: gli infermieri raccolgono anamnesi e avviano esami del sangue in base ai sintomi. Quando il medico visita il paziente ha già risultati importanti a disposizione: è un vantaggio enorme. Il triage è suddiviso in due aree, per pazienti e familiari, così da tenere sotto controllo anche i casi meno urgenti. Sono stati installati nuovi bagni, attivato il Wi-Fi, e gli spazi sono stati completamente ripensati. La zona centrale ospita tre sale visita, divise da tende per garantire riservatezza anche durante l’igiene personale. Ai lati, l’Osservazione Breve Intensiva (OBI) con 9 letti monitorati e una stanza dedicata al progetto Anchise, che consente l’assistenza notturna da parte dei familiari. Ogni postazione è costantemente sorvegliata da personale infermieristico. Due sale di monitoraggio controllano anche le aree critiche, come isolamento o pazienti infettivi. I ricoveri in OBI possono durare fino a 72 ore, spesso evitando il ricovero in reparto. Anche in caso di aritmie o controlli come l’ECG, l’osservazione prolungata è fondamentale. Il pronto soccorso può ospitare fino a 40 pazienti tra OBI, boarding, isolamento e area emergenza. Esiste anche una stanza dedicata ai detenuti, per una gestione sicura e rispettosa”.

“Quando sono arrivato”, racconta Maccari, “il progetto del pronto soccorso era pensato per il Covid, ma sottodimensionato. L’abbiamo riorientato, rallentando i lavori, ma rendendoli funzionali. Ne è valsa la pena”.

Mentre ci guida al di fuori, varca una porta e mostra un cantiere ancora in essere, la nuova vasta area di medicina d’urgenza. Ma frena: “Preferisco parlare solo di ciò che è completato. Prima i fatti”. Tuttavia, precisa: “È una delle realizzazioni più moderne che abbiamo. Serve a migliorare le prestazioni e rispondere concretamente all’emergenza-urgenza. Non è il risultato di un singolo, ma di un sistema. Abbiamo ripensato i Dipartimenti: non più per discipline, ma per percorsi. Due grandi direttrici guideranno l’ospedale di Rieti: emergenza-urgenza e area medico-oncologica”.

Il cambiamento si riflette anche nel clima tra il personale. “L’approccio al paziente è diverso. Abbiamo fatto capire che i risultati si ottengono insieme”.

E i risultati iniziano a vedersi. È solo merito del direttore o… anche dell’allineamento favorevole (politico) dei pianeti? “Lo definisco anch’io così – sorride Maccari – Meglio approfittarne. Devo ammetterlo, sono stato fortunato. Uno degli esempi più evidenti è l’approvazione del nuovo atto aziendale. Senza voler fare polemica, dico solo che andrebbe letto con attenzione: il decreto che approvava il precedente atto aziendale prevedeva una riduzione di tre unità operative complesse. Invece, non solo non abbiamo tagliato, ma abbiamo ottenuto nove strutture complesse in più.

A giocare a nostro favore è stata certamente la scelta di puntare sull’università a Rieti, la coesione territoriale e, soprattutto, la forza del progetto complessivo, che ha convinto”.

Posti letto e rete intermedia

Uno dei nodi critici resta la disponibilità di posti letto. “Il pronto soccorso è un serbatoio: tanti entrano, tanti devono uscire. Ma se nei reparti non ci sono letti, i pazienti restano bloccati. Stiamo migliorando grazie alla riabilitazione e alla prossima apertura degli ospedali di comunità. Oggi si dimette chi è stabilizzato, non guarito. Serve una rete intermedia che accompagni soprattutto gli anziani verso l’autonomia”.

Tecnologia e università

Sul fronte tecnologico, la trasformazione è in corso: “A breve avremo una delle tre migliori risonanze d’Italia, e due macchine per la radioterapia che neanche Roma ha. Abbiamo investito sulla qualità per attrarre professionisti. I giovani vengono dove trovano tecnologia e maestri, non per un rimborso benzina”.

E l’Università? “È l’opportunità più grande che Rieti abbia avuto negli ultimi decenni”, afferma con convinzione. “Formare medici in loco colma il fabbisogno e innalza la qualità. Un ospedale che fa formazione e ricerca non serve solo l’utenza, ma amplia l’orizzonte. E i cittadini ne beneficeranno”.

Personale e nuovo ospedale

Un vero collo di bottiglia? “Gli ortopedici. Alcuni non riescono neanche ad andare in ferie. Per questo abbiamo accelerato il progetto universitario. Formare in casa è l’unico modo per trattenere talenti”.

Quanto all’organico, “ora abbiamo numeri accettabili, soprattutto tra infermieri e OSS. Il pronto soccorso conta su 50 operatori, ma in un grande ospedale ne servono 300. Stiamo costruendo una squadra stabile, superando il modello dei “medici a gettone”, che non garantisce continuità nei reparti”.

E a chi critica la figura del nuovo direttore sociosanitario, risponde: “Aspettiamo di leggere ulteriori modifiche, specifiche.  L’ho visto funzionare in Toscana e Liguria da decenni. L’importante è che le competenze siano chiare. Se così sarà, potrà fare la differenza nell’integrazione tra sanità e sociale”. Sul nuovo ospedale, Maccari è chiaro: “Quando sono arrivato, esisteva già uno studio di fattibilità per il nuovo ospedale, che però non mi convinceva del tutto. Ho sollevato alcune perplessità, senza voler fare polemiche, ma evidenziando aspetti importanti che non erano stati adeguatamente considerati. Ho portato le mie osservazioni in Regione, dove sono state ritenute fondate. È stato così deciso di valutare alternative più adeguate. Non era tanto un problema di sicurezza sismica – l’intera area è omogenea da quel punto di vista – quanto piuttosto di funzionalità. Ad esempio, costruire accanto all’ospedale esistente avrebbe significato convivere per anni con i disagi del cantiere: polvere, rumore, limitazioni operative. I pazienti sarebbero rimasti esposti a questi disagi per un tempo lunghissimo. Inoltre, l’ingombro dei lavori e delle gru avrebbe impedito l’atterraggio degli elicotteri, con seri problemi di accessibilità per l’emergenza. Per questo mi sono confrontato con la Regione e il Comune, ed è stato avviato un confronto serio sulle alternative. La mia unica richiesta è chiara: un ospedale che duri almeno 50 anni, su un’area di almeno 15 ettari, con lo spazio necessario per strutture accessorie come i parcheggi, e con un collegamento adeguato alla nuova facoltà di Medicina. Non possiamo immaginare un campus universitario scollegato dal polo ospedaliero. Serve viabilità, spazio, visione a lungo termine. I tecnici si sono messi al lavoro e ora stanno facendo le valutazioni necessarie”

Chiarezza sulla Casa della Salute a Poggio Moiano

Infine, una precisazione: “Poggio Moiano non è mai stato inserito nel PNRR. Era solo un’ipotesi nata nel 2020, legata ai fondi ex articolo 20.

Credo sia importante essere chiari con i cittadini: evitiamo polemiche sulle “bandierine” e cominciamo a parlare seriamente di prestazioni sanitarie. Non basta costruire strutture in cemento; il vero tema è organizzare i servizi. Questo è il vero compito delle aziende sanitarie: non solo realizzare edifici, ma garantire un modello di assistenza efficace e moderno.

Il PNRR non ha solo stabilito dove costruire, ma ha chiesto di ridisegnare il territorio in termini di servizi. Se oggi qualcuno si lamenta perché non è stato incluso, va ricordato che il disegno territoriale è stato fatto – io all’epoca non c’ero e non entro nel merito – ma ora la priorità è tutelare i cittadini nelle prestazioni. Mi impegno a incontrare i sindaci e a dare risposte concrete in termini di assistenza e servizi, non solo di strutture.”.

Intanto proseguono i lavori sia alla Asl che al de Lellis “Entro il 15 giugno saranno completate importanti innovazioni tecnologiche all’ospedale di Rieti: nuove risonanze magnetiche (3 e 1,5 Tesla), TAC a 256 strati, angiografi per la radiologia interventistica, attrezzature per la radioterapia con secondo acceleratore installato e 12 posti letto già attivi. L’obiettivo è riqualificare una struttura che in passato aveva subito un forte degrado.”

S. Santoprete

Questo articolo riporta il punto di vista della direzione. La redazione resta disponibile a pubblicare eventuali repliche o contributi da parte di altri lettori o soggetti interessati rietiformat@gmail.com

 

leggi anche http://Le organizzazioni sindacali dei medici – Anaao, Cimo, Acoi – lanciano l’allarme: la crescente “clinicizzazione” degli ospedali, con l’affidamento delle direzioni di unità complesse (primariati) a professori universitari nominati dai Rettori e ora anche dalle Regioni, rischia di emarginare i medici ospedalieri.

 

Condividi su:

Format Rieti Maggio-Giugno 2026

Categorie

Archivio