di Massimo Palozzi – Nella settimana aperta dalla morte di papa Francesco, martedì è ricorso il primo anniversario della scomparsa di Beatrice Belcuore. Originaria di Castelnuovo di Farfa, Beatrice aveva 25 anni quando il 22 aprile 2024 decise di togliersi la vita con la pistola d’ordinanza nella Scuola Marescialli dei Carabinieri di Firenze dove frequentava l’ultimo anno di corso. Alla carriera nell’Arma la ragazza si era avviata sulle orme del padre, anche lui carabiniere ora in pensione.
Su quanto accaduto quella tragica mattina e sulle eventuali responsabilità non si è ancora fatta totale chiarezza. L’indagine per istigazione al suicidio è stata chiusa con l’istanza di archiviazione avanzata dalla Procura ma rigettata dal giudice lo scorso 20 dicembre per un difetto procedurale. L’avvocato Riziero Angeletti, che assiste la famiglia, ha già annunciato che proporrà opposizione all’archiviazione quando sarà formalizzata “perché vogliamo conoscere la verità”. I parenti continuano infatti a nutrire dubbi sulle cause del gesto della ragazza e non è escluso che venga richiesta la riesumazione della salma.
L’iter giudiziario sta seguendo il suo corso e l’esito si giocherà in tribunale. Una cosa però colpisce in questi giorni di lutto per il trapasso del pontefice argentino: la distanza fra la morte esibita di Francesco e quella nascosta dei suicidi. Due modi opposti ma ugualmente appropriati per dare l’estremo saluto a chi muore in circostanze particolari per status o modalità.
Come espressione della massima trasparenza e compiendo la volontà dello stesso Bergoglio, la Chiesa ha offerto ai fedeli e agli occhi del mondo la visione del corpo del papa con i segni della malattia e dell’ultimo fatale evento. La guida spirituale dei cattolici, il prescelto dallo Spirito Santo per ascendere al soglio di Pietro, il capo di Stato sovrano assoluto è stato così mostrato in tutta la sua fragilità umana insieme ai più minuti dettagli del certificato di morte e, prima, dei trattamenti sanitari a cui era stato sottoposto.
Dall’altra parte c’è invece il (raro) riserbo che ancora circonda chi decide di togliersi la vita. È una fortuna che pure in quest’epoca di voyeurismo spinto e di massima e sovente sguaiata esibizione di ogni inezia, ai suicidi venga riservata una franchigia di doloroso rispetto. Il caso di Beatrice Belcuore è finito sulla stampa, anche con dovizia di particolari macabri, non solo per il contesto in cui è maturato, ma in buona sostanza per opera della famiglia che ha ingaggiato una battaglia legale in nome di una figlia scomparsa prematuramente. Di solito invece non è così. Il suicidio più recente di un reatino di cui si sia parlato apertamente è quello di Stefano Colarieti, musicista e insegnante che a soli 40 anni ha deciso di farla finita gettandosi da un ponte a Teramo agli inizi di marzo. In tanti altri casi le testate locali si sono limitate a dare la notizia dei decessi, a volte omettendo il contesto, altre lasciandolo solo intuire.
Si tratta di una condivisibile forma di protezione della memoria e degli affetti, soprattutto quando i dettagli non aggiungerebbero granché alla già immane dimensione della tragedia, come capita invece nel caso dei suicidi in carcere. L’ultimo registrato a Rieti risale al 30 luglio scorso, protagonista un detenuto che nei giorni precedenti aveva partecipato alle proteste per il sovraffollamento. Si è impiccato nel reparto isolamento del penitenziario di Vazia dove era stato portato dopo il rifiuto di rientrare in cella.
I suicidi sono una delle tante piaghe che affliggono l’universo carcerario italiano. Secondo Ristretti Orizzonti, nel 2024 dietro le sbarre si sono tolte la vita 88 persone. Un record assoluto e Rieti, purtroppo, non fa eccezione. Da tanto tempo operatori e osservatori esterni lamentano carenze di personale e un eccessivo numero di reclusi rispetto agli standard previsti, senza contare i continui atti di violenza anche ai danni degli agenti della Polizia penitenziaria.
Dal 2003 il10 settembre di ogni anno si celebra la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. Nell’Unione europea per i giovani tra i 15 e i 19 anni è la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali. In Italia ogni anno si registrano circa 4.000 morti per suicidio. È come se ogni undici anni sparissero tutti gli abitanti di Rieti. E in questo numero non sono peraltro ricompresi coloro che decidono di ricorrere al cosiddetto suicidio assistito all’estero.
Nonostante i richiami della Corte costituzionale, casi clamorosi di diversa matrice come quelli di Eluana Englaro, Piergiorgio Welby o Dj Fabo e i processi di ampio risalto mediatico che vedono coinvolto Marco Cappato, nel nostro paese non esiste ancora una legislazione organica sul fine vita. Il tema è complesso perché interroga le coscienze sopra un fatto ineluttabile dove tracciare il confine tra la libera disposizione di sé e i principi generali del diritto non è affatto facile, così come assai complicato risulta orientarsi tra suicidio medicalmente assistito, eutanasia attiva, eutanasia passiva, omicidio del consenziente o aiuto al suicidio, come recitano gli articoli 579 e 580 del codice penale.
Al di là degli aspetti giuridici, sono troppi coloro che decidono di andarsene sopraffatti da una qualche forma di depressione o per mille altri motivi, inclusi quelli economici. Nel 2012 è stata approvata la cosiddetta legge anti suicidi che, in caso di debiti insostenibili, prevede misure a favore del debitore per consentirgli di fare fronte agli impegni assunti nei confronti dei creditori. È una buona legge che ha il solo limite di indirizzarsi a una categoria definita di beneficiari. Fuori rimangono le restanti situazioni problematiche, non di rado totalmente sconosciute o note solo alla ristretta cerchia dei familiari. “Non ce lo saremmo mai aspettato” è il commento più ricorrente di fronte a una morte autoinflitta. Del resto il proposito suicidario non sempre è percepibile, per quanto i segni premonitori si manifestino spesso in anticipo: riconoscerli per tempo ed evitare che vengano messi in atto è la prima delle sfide.
27-04-2025



