8 marzo: diritti conquistati, diritti dimenticati?

8/03/2025 | Attualità, Notizie in evidenza

enza bufacchi 1989 ultimo congresso PCI

Ripercorrere il cammino delle donne significa riconoscere, tra tanti volti sempre in prima linea, quello di Enza Bufacchi, oggi impegnata nella difesa e nella valorizzazione dell’imprenditorialità femminile.

Guardare a  questo mondo e quello per cui si è combattuto, osservare le nuove generazioni, procura soddisfazione o rammarico?

“Essere attenta a questi temi è costitutivo della mia identità – spiega Enza, oggi direttrice della CNA –   Appartengo a una generazione che ha lottato per l’emancipazione, per la liberazione… Fino a quando le battaglie delle donne sono state identificate con il cambiamento della legislazione, l’obiettivo era chiaro e questo è stato vero fino alla approvazione della legge sulla violenza sessuale, una legge per la quale, appunto, la violenza non era più ascritta  tra i reati contro la morale e il buon costume, ma tra i reati contro la persona (1996).  L’azione dei movimenti femminili e femministi e quindi anche la loro capacità di dettare l’agenda politica ai partiti e alle istituzioni, sembra essersi esaurita nel momento in cui l’obiettivo per il quale lottare non era più chiaramente individuato nella conquista di un diritto, quale atto di riparazione di una disuguaglianza formalmente sancita dall’ordinamento giuridico.

Qualcuno, compreso le nuove generazioni, deve aver pensato che in questi anni privi di movimenti femminili e femministi e delle loro lotte, si fosse compiuto qualche miracolo e che tutte le contraddizioni si fossero misteriosamente risolte.

Quando dico assenza di movimenti femminili e femministi penso a quella presenza organizzata e permanente che, attraverso l’elaborazione prima e l’iniziativa politica poi, poneva obiettivi e raggiungeva risultati cioè conquiste sociali, culturali, e non la caratteristica di episodicità di movimenti, pure encomiabili, come il Me Too, risvegliatisi con i problemi legati alla violenza sessuale sulle donne, tema molto importante, ma parziale: non possiamo occuparcene solo quando vengono ammazzate”.

A proposito della legislazione: la legge sull’aborto è poi stata effettivamente sempre rispettata?

Questa è l’altra faccia della medaglia in cui si paga lo scotto del rallentamento di tutti i movimenti: una serie di diritti se non vengono conquistati ogni giorno, tutelati, curati, vengono smantellati, smarriti. E le nuove generazioni non li hanno riconquistati. Questo ha portato a un arretramento culturale e valoriale, tanto che oggi sento alcune donne dire: ‘Basta con questa storia dell’8 marzo e della parità, vale chi merita’. È un discorso incredibile.. Perché è successo? Sostengo che sia perché o le donne hanno fatto un percorso all’interno dei movimenti femministi, dei partiti, delle associazioni, e quindi dei movimenti femministi, oppure questa consapevolezza non c’è! E questo aspetto emerge chiaramente su un tema nevralgico che è quello del linguaggio. Fino a quando il genere maschile sarà usato per definire ciò che è riferito a una donna, non sarà possibile la costruzione di un immaginario collettivo che riconosca che il mondo è popolato da due sessi. Fino a quando le donne non saranno nominate, non esisteranno!

Parlare al femminile o no?

“Io ritengo che il linguaggio sia un potente costruttore dell’immaginario collettivo. Il più grande filoso del linguaggio, Wittenstein, diceva ‘I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo’: quello che non nomini, non è.

Ripeto sempre durante i miei corsi di formazione che nominare è far vivere le cose, dargli un’esistenza. Non è un caso che quando un nuovo essere viene al mondo la prima cosa che si fa è dargli o darle un nome.

E fino a poco tempo fa questa questione del linguaggio, che è importantissima, era  semplicemente una battaglia per il riconoscimento di parole ormai sdoganate anche dai vocabolari, dalla Treccani, dalla Crusca. Per l’uso del genere femminile nella lingua italiana ci sono  le regole scritte da due grammatici (maschi) addirittura di fine ‘800: possiamo applicarle, no? Le fornaie, le direttrici, le sindache, le prefette…”

Questa resistenza non rappresenta forse la paura di esercitare un diritto? Di prendere coscienza? E la convinzione che alcune parole abbiano meno valore se non declinate al maschile?

“Tutta questa vicenda è diventata purtroppo ideologica, e mi duole. Il colpo di grazia l’ha dato la Presidente del Consiglio dei Ministri quando ha deciso di farsi chiamare al maschile. La resistenza, anche da parte delle donne che non hanno fatto l’esperienza femminile o femminista, deriva dal fatto che il linguaggio si associa al potere. Non esistendo modelli di esercizio del potere al femminile, tutte queste donne pensano che solo in tal modo acquisiscano quella rilevanza di ruolo. Avvocato lo preferiscono a avvocata. Eppure ho scoperto una cosa bellissima: persino nel Salve Regina, ad un certo punto si dice ‘avvocata nostra’: un testo in latino dell’XI secolo!

Quindi non possono più trovare legittimazione le espressioni ‘voglio essere chiamata’ o ‘suona male’ per perpetuare un uso sessista della lingua italiana.

Quanto alla prima espressione bisogna replicare che ci sono le regole e non le preferenze individuali, quanto alla seconda che ci sono tante parole che suonano male ma non per questo non le usiamo, e che, comunque, usandole perderanno questa caratteristica. Quanto dovette suonare male la parola maestra quando la si cominciò ad usare per indicare un ‘maestro’ donna? Eppure oggi che questo lavoro si è molto femminilizzato, quasi ‘suona male’ il maschile maestro.

E’ proprio chi rifiuta la declinazione al femminile dei nomi a farlo in nome di una ideologia che nega il percorso delle donne per la loro emancipazione, liberazione, ecc. e tende ancora a rifiutare il loro protagonismo e a spingerle ad un esercizio dell’uso del potere ‘maschile’ cioè quel modello che gli uomini hanno elaborato in millenni di storia.”

Non abbiamo ancora fatto nostro questo linguaggio, che già ci si chiede di superarlo adottando, in determinate situazioni, il simbolo schwa o scevà (ə) anche quando non strettamente necessario ( es: giovanə)

“Bisognerebbe procedere per gradi, applicando inizialmente almeno correttamente il maschile e femminile. Io credo sia sacrosanto che ognuno nella vita possa avere la possibilità di esprimersi come si sente, come vuole, come si percepisce, garantendo che tutto avvenga nel rispetto delle persone e del loro sviluppo.  L’età ad esempio è fondamentale. In questo ambito non si tratta solo di cambiamento di sesso, ma anche di identità di genere, il che rende la questione ancora più complessa dal punto di vista della percezione individuale. Si tratta di un tema ampio, che va oltre le riflessioni legate all’8 marzo. Tutte queste diverse personalità che si percepiscono in modo diverso, chiedono che ci sia una rappresentazione anche nella scrittura. E’ complicato inventare delle lettere e assegnargli un suono. Sono più facili interventi che avvengono per semplificazione non per aggiunta. Massimo rispetto per la linguista Vera Gheno che ha introdotto inizialmente quasi provocatoriamente questo simbolo “occorre pensare allo schwa come un terzo genere, ma come una forma per indicare l’assenza di genere, che è una roba diversa. Non è un terzo genere come il neutro, ma è una forma senza dichiarazione di genere”.

Torniamo alla celebrazione della Giornata dell’8 marzo: un ricordo delle lotte ‘calde’ di quegli anni

“Un posto centrale ebbero in quegli anni le lotte anche per  la nascita dei consultori in cui si parlò di salute, maternità, contraccezione, sessualità consapevole. Ricordo il dr. Sarrazani che veniva da Roma, persona eccezionale. Gli 8 marzo si passavano in tour in Sabina, a fare il consuntivo dell’anno trascorso e a celebrarne le conquiste: anni Settanta: io a Forano a tenere un comizio. Si festeggiava il fatto che le donne erano entrate nei cantieri navali: fatto assolutamente eccezionale”

8 marzo 2024 -8 marzo 2025: bilancio?

“Registriamo purtroppo un arretramento. L’educazione che ho ricevuto mi ha insegnato che le donne che conquistavano potere avevano il dovere di essere modello e traino per quelle dopo di loro. Oggi il danno causato da questa classe politica, dalla Presidente del Consiglio ai Ministri donne che rifiutano il titolo di Ministre, a tutte le altre cariche, è doppio: non c’è un discorso di sorellanza, manca un’azione di promozione dell’uguaglianza e dell’emancipazione, parole un tempo centrali nei movimenti, oggi quasi scomparse.”

 

 

 

 

 

 

 

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