Excellence: Cristian Bianchetti ovvero note e ruote

22/12/2024 | Notizie in evidenza, Storie e persone

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di Maurizio Festuccia – Nascono in contemporanea le sue uniche due passioni della vita, la musica e la bicicletta, da bambino. Da quella prima Farfisa giocattolo, regalatagli dai genitori, Cristian Bianchetti non ha più smesso di suonare. Dapprima poche lezioni con un ragazzo di Rieti per capire se fosse portato poi, via via, il percorso didattico classico fino all’iscrizione al Conservatorio de L’Aquila. A 14 anni arriva il diploma di solfeggio ed armonia e, nel frattempo, perlustrava, andava ovunque con la fida bicicletta, per lui unico mezzo di trasporto di allora. Era molto allenato, ha anche provato a giocare a calcio, basket… ma era totalmente negato per gli sport che non avessero due ruote, una sella ed un manubrio. Tutto questo, però, gli è servito a capire che la propria resistenza fisica, aerobica, era maggiore di chiunque altro attorno a sé, e questa peculiarità gli sarebbe servita, nel tempo, con i piedi sui pedali.

Da lì molte le escursioni in mountain bike, gitarelle più o meno lunghe, fino ad arrivare alla ‘race roller’, un’invenzione tra amici che consisteva nell’andare coi pattini ma in salita (a 18 anni arrivarono addirittura sul Terminillo…) e poi iniziò a correre in bici, seriamente, a 18/19 anni.

Quando si accende il sacro fuoco del ciclismo?

“A quei tempi, mio padre sfidava regolarmente un suo amico sulle strade del territorio. Aveva una bella bici in garage ed io, ogni tanto, gliela prendevo per provare le mie capacità sull’allora Rieti-Terni ancora in fase di realizzazione. Il tempo passava e la passione aumentava con le prime vere sfide tra amici. Ci divertivamo ad inventare gare su gare (coniammo le ‘Young Tour’) con tracciati, planimetrie, disegni, tappe, finti sponsor sulle maglie, tutto per benino. Puntavamo mille lire a testa e chi vinceva si portava a casa il montepremi. Cose serie, da professionisti (ahah!).

Poi venne il giorno di far parte di una vera squadra di Porta Romana, le prime serie gare in giro ovunque ma l’anno dopo, nel 1999 a 19 anni, provai a fare un campionato italiano a cronometro (organizzato a Rieti da Alfonso Razzano, NdR). Un centinaio di concorrenti tutti fichissimi, superattrezzati con ruote lenticolari, caschetti aerodinamici… ed io con un modestissimo budget, mi presentai con la mia nuova Cannondale con ruote altoprofilo (la stessa utilizzata per le volate da Cipollini, NdR.), ci applicai due protesi a ‘corna di bue’, mi feci prestare un casco da deltaplano ed indossai un body che sembravo un puffo. Mandai giù un Buscopan per l’enorme tensione nervosa che mi assaliva e partii per la crono. Pensavo sì di fare una buona prestazione, ma mai avrei creduto di stabilire addirittura il miglior tempo assoluto, il più veloce tra tutti i cento i partecipanti, in un tracciato cittadino per un totale di 45 chilometri alla media di 45 kmh.

Avrei suscitato notevole interesse anche di team blasonati, ma nessuno riusciva credere che non avessi utilizzato qualche stratagmma (o commwesso irregolarità) durante il percorso.

Eppure corsi una gara assolutamente regolare, ma ciò non fu sufficiente a farli ricredere.”

… e quello per la musica?

“In quel periodo studiavo pianoforte a L’Aquila, ero all’ottavo anno di composizione, e contemporaneamente studiavo Informatica all’Università; colpo di scena in casa: decisi di farmi coraggio e dichiarare a mia madre che la mia intenzione era quella di fare il pianobarista: a momenti sviene.    Voleva dire abbandonare totalmente gli studi ed iniziare tutt’altra avventura. La scelta mi diede ragione: iniziai a fare 200 date in un anno e da lì la conferma che quella sarebbe stata la mia occupazione della vita. Quella e la bicicletta, ovviamente.”

Riuscivi a conciliare entrambe le cose?

“Nel ’99 fondai l’associazione “Note&Ruote”, Musica&Ciclismo, ovvero nient’altro che il life-motiv della mia esistenza. A 19 non hai problemi, non senti stanchezza, non fai conti, vai come un treno. La sera si suonava fino a tardi, si tornava a casa alle 6, un caffè al volo, alle 7 si tornava in pista per andare a correre (arrivavo al secondo posto), ritornavo a casa, doccia, preparazione e si riandava a suonare. A quell’età si può fare perché il fisico ti aiuta, adesso… un po’ meno: se non dormo almeno 8 ore, sono un uomo morto! Malgrado tutto, qualche buon tour in giro per l’Italia l’ho fatto. Grazie a Rossano Eleuteri ho suonato con Alessandro Canino, i Righeira, Adea, i F.lli Labionda, ecc… pur rinunciando a quello europeo con Nek che mi avrebbe allontanato quasi definitivamente dallo sport.”

Torniamo alla passione per le due ruote…

“Acquistai una vera bici da crono da Masciarelli, iniziai l’intero percorso di preparazione e partecipai praticamente a tutte le gare dell’hinterland, vincendole tutte. Mi chiamavano “Re Crono”! All’epoca feci 6 crono, comprese le cronoscalate e, appunto, le vinsi tutte. Chiaramente ero predisposto per fare quello sport. Nelle altre gare, quelle più lunghe, sbagliavo alimentazione, le avessi affrontate e preparate con le conoscenze di oggi, con l’esperienza acquisita negli anni, non avrei avuto difficoltà ad emergere anche lì. Ed invece arrivavo puntualmente secondo, il… Tapiro d’Oro. Stiamo parlando della categoria ‘Master’, l’equivalente della serie C nel calcio, categorie decisamente inferiori. A 23 anni passai da amatore a dilettante, con gare in linea, percorsi cittadini, gran fondi, cronoscalate… arrivai addirittura 17° al Trofeo Leoni l’anno in cui Emanuele Sella (professionista dal 2004 al 2015, NdR.) vinse.

Avrei avuto ottime chance per continuare ad alti livelli, magari inserendomi nel roster di squadre ben più attrezzate ma avrei poi dovuto mollare l’altra attività, quella della musica, con cui dividevo al 50% la mia vita: non me la sono mai sentita di tradire l’una o l’altra mia strada.

“Note&Ruote” era ormai il mantra della mia vita: l’una era lo sfogo dell’altra, e viceversa: andavo a suonare per recuperare le fatiche fisiche ed in bicicletta per ‘snebbiare’ la testa.”

Hai predilezione verso specifiche discipline?

“Fondamentalmente mi ritengo un passista veloce e un discreto scalatore. In salita potrei anche fare bene ma poi la discesa mi mette paura. In volata riesco abbastanza ma è in piano, nelle crono, che sento di avere le caratteristiche ideali per fare la differenza. Ho provato tutte le varie specialità del ciclismo (possiedo 7/8 biciclette diverse): trial, ciclocross, mountain, ecc…) ma il rischio di farsi male in queste prove ‘estreme’ è sempre dietro l’angolo e, per rispetto all’altra mia metà di… vita, sarebbe stato meglio non correre certi pericoli.

Ho vinto Campionati italiani a cronometro, Campionati italiani d’inseguimento individuale, ho vinto l’Omnium, la particolare specialità olimpica a tre in pista. Insomma, di Campionati italiani di Federazione ne abbiamo vinti tanti.”

Ed il salto nel professionismo?

Praticamente sono diventato professionista a 40 anni. Nel periodo dei ‘dilettanti’ mi rendevo conto che non ero un fenomeno anche se, quando gareggiavo con i grandi del professionismo, qualche piccola soddisfazione me la sono sempre tolta: sempre ottimi piazzamenti quando in gara, ad esempio, in una delle ultime crono, c’era un certo Filippo Ganna (2 volte campione nell’inseguimento)…

Poi accadde che cercavano un corridore italiano in una squadra professionistica in Ungheria, ci incontrammo e mi inserirono subito.”

Cosa accadde nella disavventura doping?

“Siamo nel 2007, ero appena sposato con l’attuale mamma della splendida Beatrice, eravamo in viaggio di nozze, e malgrado fosse tempo che non salivo in sella, amici mi spronarono a fare una garetta in pista a Forlì. Arrivai quarto su cinque ma la beffa fu che dopo un mese mi venne comunicato che proprio in quell’occasione ero risultato positivo allo stanozolol, la stessa sostanza riscontrata a Ben Johnson alle Olimpiadi di Seul nell’88. Non so cosa possa essere accaduto, e non voglio nemmeno saperlo, ma non pensare a male si fa fatica in questi casi. La giustizia sportiva non perdona e, malgrado abbia fatto di tutto per dimostrare la mia innocenza, vengo squalificato per due anni. Scontai la pena e a 29 anni tornai a correre fino al 2014 quando, proprio in quell’anno, uscì una legge federale per cui chi aveva subito  squalifiche sportive superiori a 6 mesi non si sarebbe più potuto tesserare come cicloamatore (nel professionismo, incappare nel doping fino a 3 volte, vuol dire  espulsione a vita, NdR.). Nel 2010, in appello penale, venni assolto per non aver compiuto il fatto ma non presentai mai questa sentenza in Federazione per la cancellazione della squalifica sportiva ritenendo non avesse più senso. Mai avrei immaginato, invece, che quattro anni dopo l’avvocato Santilli ed il presidente Di Rocco avrebbero emanato questa norma etica, retroattiva, discriminante ed anticostituzionale, che di fatto avrebbe messo una pietra tombale sul mio cammino agonistico. Pur rispettando questa norma, però, non mi arresi al verdetto non ritenendomi alla pari di veri, reali dopati conclamati, e mossi la mia personale protesta addirittura presso gli Stati Generali del CONI, davanti al Ministro allo Sport, il presidente Malagò e a tutti i presidenti di federazioni varie italiani e provinciali, infiltrandomi in riunione ed alzando sul palco ben visibile davanti a 500 persone, il cartello “La Federazione mi discrimina”. Il fatto ebbe un’eco sensazionale, tutti mi davano ragione ma nessuno sembrava fosse in grado di poter far cancellare quel balzello. Finché, ricorsi dopo ricorsi, ci appellammo direttamente al Tas (Tribunale Arbitrale Sportivo) di Losanna il quale, dopo 8 anni ed un mese, dichiarò discriminante la norma invitando la Federazione a ritirarla definitivamente. Così accadde, anche se troppo tardi. Mi si tolse di fatto l’opportunità di poter continuare ad accarezzare i più reconditi sogni di carriera, in un momento in cui ero nella giusta età, al massimo del mio potenziale ed in cielo per tutto ciò che riuscivo ad ottenere.”

Arriva la pagina nera del Covid…

“Tristissima esperienza…! Per uno come me, che andava a mille all’ora ogni giorno, che non si fermava mai, sempre di corsa, sempre iperattivo, il Covid è stata una mazzata che mai avrei pensato di subire in vita mia. Ingrassavo a dismisura; le “ruote e le note” subirono un vero arresto… cardiaco, ed io con esse!

I primi mesi ce la cavammo in casa, davanti alla tv a guardare film horror, l’estate ho suonicchiato, ma la botta forte è arrivata a settembre/ottobre di quel tremendo 2019 quando sono sprofondato in una profonda depressione cosmica al punto da meditare di… finirla lì.

Ero l’uomo più felice del mondo: casa, moglie, figlia, famiglia, lavoro, progetti per il futuro poi di colpo giù, giù, in un vortice assurdo da cui non riuscivo ad uscire. Nemmeno gli antidepressivi riuscivano a tirarmi su: rompiti una gamba, ma se va in tilt la testa non c’è scampo. Ne sono uscito grazie ad un amico che mi portava con sé a fare un po’ di alpinismo. L’ho seguito per qualche mese e da lì, piano piano, ho ricominciato a prendere fiducia e a scrollarmi di dosso quella brutta bestia.”

 

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