di Massimo Palozzi – Piazza Oberdan, lunedì pomeriggio: un gruppo di magrebini si azzuffa con in mano bottiglie di vetro. Il giorno dopo, stesso luogo e stesso orario, la scena si ripete: nuova rissa, pare con i medesimi protagonisti.
Non è una novità, ma questo non costituisce un’attenuante, anzi. A maggio un’altra rissa tra extracomunitari con pugni e bastonate, sempre nel quadrante piazza Oberdan – piazza Mazzini, era finita in un video diventato virale. E a metà del mese una studentessa iraniana aveva subito pesanti molestie. Per non dire poi del giovane sorpreso in pieno giorno a urinare sui fiori di fronte all’ex Seminario nel giorno della benedizione dei bambini durante il Giugno Antoniano o dei giovani spacciatori nordafricani che con fare sempre più sfrontato pattugliano l’area.
La lista è lunga e, quel che è peggio, la situazione va precipitando con una velocità inversamente proporzionale alle contromisure che la cittadinanza a giusto titolo reclama.
Nel caso specifico è stato commesso un evidente errore di valutazione che va corretto con la massima urgenza, altrimenti né i lavori in corso in via Terenzio Varrone né quelli programmati per il rifacimento delle due piazze Oberdan e Mazzini avranno un senso nella manifestata intenzione di restituire valore a un angolo cittadino considerato di pregio per la presenza di palazzi storici e perfino di una basilica. E dove, oltretutto, sorgono diversi plessi scolastici di antico rango.
Con l’apertura un anno fa della Mensa Santa Chiara all’interno dell’ex Seminario, la situazione è peggiorata, compromettendo definitivamente un equilibrio già precario. Così ora la zona si trova presidiata su ogni lato da ben tre centri di aggregazione di profondo disagio sociale: oltre alla mensa (che ne è il principale), quasi all’angolo tra le piazze e via Varrone c’è la Caritas, mentre sul lato opposto la stazione chiude il trittico con i suoi equivoci frequentatori. Alla luce dell’esperienza degli ultimi mesi, è chiaro che questa parte di Rieti non è in grado di sopportare la pressione esercitata dagli utenti delle tre strutture, tenuto conto che molti immigrati sono alloggiati nelle vie del centro che si dipanano dalle piazze.
Qualsiasi urbanista avveduto avrebbe evitato di concentrare in uno spazio tanto ridotto e con nessuna area di compensazione tre poli di attrazione della marginalità, peraltro in un momento in cui la povertà è più diffusa che in passato e si moltiplicano le persone da aiutare, italiane o straniere che siano.
Il risultato è che da lunedì perfino la Mensa Santa Chiara ha chiuso per una settimana. Troppe le aggressioni subite dai volontari e dal personale da parte di soggetti alterati che, oltre al punto di ristoro, scorrazzano senza controllo per le piazze e le zone limitrofe, dove si muovono pure vere e proprie baby gang composte da minorenni extracomunitari. Evidentemente il servizio offerto non è compatibile con il contesto e, pur senza volerlo, contribuisce ad aumentare il degrado. A conti fatti, serve una bonifica profonda, che non si limiti al rifacimento del selciato.
Di fronte alle difficoltà crescenti, il sistema di accoglienza/assistenza arranca mostrando limiti che da tempo gli osservatori denunciano. Non è la prima volta che anche da questa pagina vengono evidenziate le criticità di un impianto oggettivamente inadeguato, capace alla fine di scontentare tutti: da un lato i destinatari degli aiuti, nella maggior parte dei casi parcheggiati in uno stato di sostanziale disadattamento; dall’altro i cittadini vittime dell’abbandono nel loro complesso. Quindi non solo i residenti e i commercianti che, ovviamente, subiscono in maniera più grave e diretta gli effetti perversi di questa situazione in assenza di interventi seri.
I dissidi che ogni giorno si generano non soltanto mettono a serio rischio la pacifica convivenza ma innescano meccanismi di contrapposizione destinati inevitabilmente a degenerare. Le prime avvisaglie ci sono già state. Movimenti politici alternativi hanno alzato la voce, passando in qualche caso alle vie di fatto con manifestazioni e denunce. In un clima così compromesso non è difficile prevedere un rapido e pericolosissimo scadimento delle relazioni. Del resto, è facile cavalcare episodi come quelli accaduti in settimana o semplicemente i panni stesi ad asciugare accanto alla statua di Marco Terenzio Varrone da qualcuno in precaria condizione abitativa.
Le operazioni di polizia come quella condotta una settimana fa davanti alla stazione servono, ma fino a un certo punto. Le verifiche sulle persone e sui veicoli rappresentano un importante strumento di controllo del territorio, ma non possono essere iniziative-spot a risolvere un problema sociale che deve essere affrontato con altri mezzi.
Tanto per cominciare, evitando di alimentare la cultura dell’odio per il diverso. L’immigrazione è un fatto e non si ferma con gli slogan. Per il bene di tutti è necessario trovare soluzioni di integrazione, invece che di rifiuto e contrapposizione. Ovviamente nel pieno rispetto della legge e nell’ideale condivisione, almeno di massima, della cultura del nostro paese. Il finto buonismo a volte fa più danni del razzismo, ma le esperienze di tutto il mondo insegnano che il confronto diretto, il fronteggiarsi a brutto muso non porta altri risultati se non la creazione di quartieri ghetto e l’instaurazione di una conflittualità permanente, magari a bassa intensità, pronta però ad esplodere al minimo pretesto.
Sul versante opposto, è necessario intervenire sia con azioni preventive (e se del caso repressive), sia evitando gli errori come la concentrazione di tre catalizzatori di disagio sociale in un’unica area, per di più vocata a rappresentare il salotto buono all’interno del centro storico di Rieti. Mensa (soprattutto), Caritas e stazione sono incompatibili nello stesso luogo: occorre prenderne atto e agire di conseguenza.
24-11-2024



