a cura di Massimo Palozzi

Ottobre 2020

IL DOMENICALE

RIETI NELL’ITALIA POLICENTRICA

(di Massimo Palozzi) È il primo rapporto sulle città di media grandezza, ma rischia di apparire già invecchiato e superato dagli eventi. Si chiama “L’Italia policentrica”, sottotitolo “Il fermento delle città intermedie”, ed è stato pubblicato all’inizio dell’anno dall’Associazione Mecenate 90 per raccontare il Paese di mezzo, quello costituito dai capoluoghi minori, in rappresentanza dei quali ne sono stati selezionati nove con l’aggiunta di Foligno.

L’indagine dei rilevatori si è concentrata sugli insediamenti lontani sia dalla dimensione abnorme e caotica delle megalopoli sia dalle microrealtà dei borghi, gli estremi sui quali si sono finora soffermati approfondimenti e riflessioni. Messa in gruppo con altre città simili per caratteristiche strutturali, la nostra è stata esaminata tramite una vastissima serie di interviste ed estrapolazione di dati che, una volta aggregati, sono andati a comporre un dossier intitolato “Rieti una città orientata a creare comunità”. L’effetto è da bicchiere mezzo vuoto perché disegna la figura bifronte di un territorio resiliente ma ancora senza un progetto e una visione condivisa di futuro. Di qui l’esortazione a creare interazioni funzionali all’individuazione di soluzioni innovative da escogitare per riunire energie e competenze, in modo da fronteggiare le sfide del tempo e coglierne le opportunità.

Lo studio è durato quasi diciotto mesi, tra il 2018 e il 2019. Rieti vi è entrata su iniziativa del Comune e con il supporto della Fondazione Varrone, insieme ad Ascoli Piceno, Benevento, Cosenza, Foligno, Lecce, Parma, Pordenone, Ragusa e Varese. Ai dati statistici sono state abbinate le riflessioni e le valutazioni raccolte tra esponenti del mondo delle imprese, delle professioni, della pubblica amministrazione, della cultura, della Chiesa e del terzo settore. Non solo numeri, insomma. In 304 pagine il volume edito da FrancoAngeli raccoglie il ponderoso lavoro di ricerca condotto sul campo e restituisce l’immagine attualizzata di uno spaccato d’Italia dove sembrano concentrarsi notevoli energie, distribuite all’interno di realtà meno dispersive delle aree metropolitane e al contempo più vivaci e ricche di potenzialità dei piccoli paesi.

Ma quanto è attuale questa fotografia che, sul piano sociologico, costituisce comunque una pietra miliare per aver saputo focalizzare l’attenzione su una dimensione di sviluppo urbano graduato in una perfetta medietà tra livelli accettabili di benessere socio-economico e indicatori di qualità della vita di assoluta eccellenza?

Di sicuro quelli rilevati ed elaborati premiamo un encomiabile sforzo scientifico, cristallizzando dati aggiornati e affidabili, ai quali si affiancano timori, speranze e prospettive dei diversi attori locali. Sul fronte opposto occorre però interrogarsi su come e quanto la pandemia da Covid-19 abbia influito in particolare sugli aspetti propositivi emersi nella ricerca.

La stessa presentazione del lavoro ne ha subito direttamente le conseguenze. Programmata per martedì scorso all’Auditorium Varrone, è stata poi spostata su una piattaforma telematica in ossequio alle nuove disposizioni contro gli assembramenti, nella settimana che ha visto le reintroduzione nel Lazio del coprifuoco notturno. Male relativo, per carità. Il contatto diretto tra relatori e pubblico crea senz’altro empatia e aiuta in termini di fruibilità dei contenuti espressi, ma in questo caso l’importante sono i risultati dell’inchiesta. Che, come detto, si riferiscono al periodo immediatamente precedente allo scoppio dell’emergenza coronavirus e dunque inquadrano i territori presi in esame attraverso un’ottica che non può più essere quella odierna, sebbene siano trascorsi solo pochi mesi. Non si tratta di una carenza metodologica né, tantomeno, di una sottovalutazione degli elementi sottoposti ad analisi da parte dei promotori. Lo studio è anzi serissimo, approfondito e pieno di stimoli, oltre che di dati. La questione è proprio quanto la crisi sanitaria (peraltro ancora in corso) abbia modificato i parametri di riferimento e con quali modalità occorra resettare i canonici strumenti di comprensione dell’esistente per riprogrammare l’avvenire.

Certo, il problema delle infrastrutture carenti esisteva prima del Covid e continua ad essere una variabile di grande incidenza sulle prospettive di progresso del Reatino. Così come pesa un palinsesto di regole non adeguatamente tarato sul reticolo di città che danno vita al policentrismo messo così bene in evidenza nel volume di Mecenate 90.

La chiave sta fondamentalmente nella capacità delle classi dirigenti di intercettare con la dovuta prontezza il cambio di prospettiva dettato dal virus per reimpostare le azioni necessarie a rintuzzare l’attacco e invertire il trend. Passaggi cruciali che richiedono una chiara visione delle cose, uno spiccato orientamento all’innovazione e una marcata reattività nell’adattamento alle mutate condizioni.

Dallo studio emerge ad esempio che le realtà imprenditoriali maggiormente sviluppate nelle aree considerate sono quelle vocate all’esportazione. In parallelo si scopre però che laddove le aziende funzionano, esse hanno raggiunto il proprio massimo e non hanno sostanziali margini di miglioramento nella situazione data. Tocca allora ai pubblici poteri, variamente declinati, fare in modo che nuove occasioni di crescita vengano offerte tanto alle imprese virtuose quanto a quelle che faticano a reggere il mercato.

La produzione normativa dell’ultimo decennio non ha favorito le città medie. La soppressione con una riforma pasticciata delle Province, gli accorpamenti delle Camere di commercio e altre iniziative analoghe sono un saggio di come il legislatore abbia inteso intervenire favorendo tagli e concentrazioni nel nome di un discutibile principio di contenimento della spesa, ma al costo di eliminare il fondamentale ruolo dei corpi intermedi.

Emerge dalla lettura del dossier come la disintermediazione abbia determinato esiti opposti rispetto all’auspicato sostegno verso le forze che localmente operano e animano i rispettivi territori. E allora quale futuro per Rieti, città con un tasso di invecchiamento della popolazione superiore alla media regionale e nazionale? La “strategia di ammagliamento” con Terni, l’Aquila e Ascoli Piceno suggerita nel rapporto può essere lo strumento per mettere a frutto un sistema di iniziative che l’estensione disomogenea e circoscritta della provincia non riesce a combinare al meglio?

L’interfaccia istituzionale e la rete di relazioni private con il capoluogo umbro costituiscono uno degli spunti di maggior interesse, ma dopo la devastante crisi economica e il colpo del Covid, rimane ancora Terni un partner a cui guardare? La domanda è ovviamente reversibile: ha davvero interesse Terni a sviluppare forme di cooperazione commerciale, infrastrutturale, culturale, associativa con Rieti? Il quesito apre scenari enormi che chiamano subito in causa la storia e si allargano alle rispettive province, posto che non è pensabile una città se non come baricentro politico, economico e sociale, nonché come attrattore di idee e volano di sviluppo per un intero comprensorio.

Senza tornare alla cascata della Marmore creata nel III secolo avanti Cristo per far defluire nel Nera le acque stagnanti del Lacus Velinus, Rieti è stata parte dell’Umbria fino al 1923, quando fu accorpata a Roma prima di diventare provincia autonoma nel 1927. Nella circoscrizione ricadono distretti ancora molto legati alla terra di San Francesco e non solo, dato che i 73 comuni che la compongono sono il risultato di un’aggregazione forzata, decisa a tavolino senza tener conto delle origini e delle dinamiche di sottofondo. Tralasciando il singolare primato di Accumoli, che con nemmeno seicento abitanti sta nel Lazio e confina con ben tre regioni (Umbria, Marche e Abruzzo), varie comunità guardano già per conto loro e in senso centrifugo a realtà fuori confine ma avvertite come viciniore non soltanto sul piano fisico, da Roma (in particolare la Sabina) a Terni all’Aquila ad Ascoli Piceno. Nel 2008 Leonessa tentò addirittura la strada del referendum per staccarsi dal Lazio ed entrare in Umbria. L’esperimento fallì per il mancato raggiungimento del quorum ma la questione di fondo rimane, come ha dimostrato tre anni dopo Magliano Sabina in occasione di un altro referendum per l’annessione sempre all’Umbria e revocato in extremis. O ancora la stessa Amatrice, la cui amministrazione aveva minacciato nel 2014 la secessione per approdare in Abruzzo per protesta contro il preventivato declassamento dell’ospedale. Anche quella iniziativa alla fine rientrò al termine di una lunga mediazione politica. Appena prima che la città venisse distrutta dal terremoto, che con la sua violenza due anni dopo ha definitivamente chiuso la partita.

Se è sempre stato difficile pensare politiche di piano adatte a profili tanto differenti, la mazzata Covid ha aumentato le complicazioni in maniera esponenziale. Il punto ora è il sovrappiù di sforzi richiesto per far finalmente emergere quel talento collettivo in grado di rovesciare la tendenza alla stasi e scongiurare la recessione. Ne saremo all’altezza?

 

25-10-2020

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