a cura di Massimo Palozzi

Gennaio 2021

IL DOMENICALE

PIOVE SUL BAGNATO

acqua

di Massimo Palozzi - Stavolta non si tratta di un modo di dire. Le piogge incessanti dei giorni scorsi hanno infatti reso la Piana e mezza provincia simili a un acquitrino, presentando un quadro di desolazione che non si è trasformato in devastazione solo per un soffio. Qualcuno ha paventato addirittura il riformarsi dell’antico Lacus Velinus, ricorrendo a un’iperbole non troppo fondata ma indicativa dello stato d’animo della popolazione in un inverno ricco di precipitazioni e ben lontano dal finire.
Le cronache hanno riproposto analoghi precedenti vissuti nel 2010 e nel 1999. Ancor prima, nell’autunno del 1979 un’alluvione si abbatté sulla stessa zona di via Tancia chiusa mercoledì al traffico per consentire l’intervento delle idrovore dei Vigili del Fuoco necessario a svuotare gli scantinati allagati. All’epoca il principale responsabile fu il fosso Ariana che, gonfio all’inverosimile, tracimò insieme al Turano formando un sistema perfetto di invasi in unione con il laghetto artificiale creatosi nella voragine lasciata dagli scavi per la materia prima utilizzata nella fabbricazione di laterizi dalla ex Fornace Fronzetti, proprio dove ora sorge la caserma dei Pompieri. Più avanti, l’acqua ruppe invece gli argini a ponte Canera e nel suo impeto trascinò via il terreno sotto i binari.
Nel dicembre 2010 il Velino e il Turano esondarono a causa delle forti piogge e del rilascio di acqua dalla diga di Posticciola con il conseguente allagamento di ottomila metri quadrati di pianura. Il bilancio dei danni alle colture e agli allevamenti fu pesantissimo e per poco l’onda di piena non travolse la stessa città di Rieti. Ne fecero comunque le spese diverse aziende agricole, compreso il Centro Appenninico Carlo Jucci che per questo ricevette dei risarcimenti.
La vicenda finì in Parlamento e alla Regione con due interrogazioni presentate dai Radicali. Come ha ricordato Massimo Cavoli sul Messaggero, diede anche origine a un processo per disastro colposo a carico del rappresentante dell’allora gestore delle dighe del Turano e del Salto, concluso sia in primo grado che in appello con l’assoluzione dell’unico imputato. Secondo l’ipotesi accusatoria, la multinazionale tedesca E.On (che al tempo si occupava del servizio, poi ceduto nel 2015 al gruppo Erg Power Generation) avrebbe ritardato l’apertura delle paratie nonostante il livello avesse già superato il limite di guardia, facendo scendere a valle una massa d’acqua impossibile da contenere all’interno degli alvei dei due fiumi.
Se sul piano penale il caso si risolse senza condanne, davanti al Tribunale delle Acque sono tuttora pendenti diverse cause di risarcimento per i danni subiti dalle attività dei comprensori finiti allagati in seguito a un evento dove l’eccezionale ondata di maltempo ebbe di sicuro un ruolo di primo piano, ma che lasciò aperti tanti dubbi sulla tempestività ed efficacia degli interventi adottati per drenare il flusso idrico.
Uno scenario simile si ripropone ora in relazione alle manovre di rilascio dell’acqua dalla diga del Turano. Mentre la Procura sta raccogliendo elementi e la Regione Lazio ha annunciato che chiederà al governo lo stato di calamità naturale, vari esponenti politici si interrogano sulla correttezza delle operazioni eseguite per controbilanciare le intense piogge che per giorni hanno flagellato il Reatino. Il sindaco Antonio Cicchetti ha confermato l’apertura di un’istruttoria mirata a individuare eventuali responsabilità che porterebbero l’amministrazione a formulare adeguate richieste di indennizzi, nel caso emergessero inadempimenti, negligenze o cattiva gestione da parte del gestore privato, il quale dal canto suo ha già rigettato ogni addebito. Intanto il capogruppo del Partito democratico in Consiglio comunale, Alessandro Mezzetti, ha chiesto la convocazione urgente della competente commissione con l’auspicato intervento dei rappresentanti della Erg. In Provincia le opposizioni hanno analogamente invocato un consiglio dedicato alla situazione in corso e ai suoi possibili sviluppi. L’associazione Rieti democratica-Liberi e forti se l’è invece presa con l’assessore all’Urbanistica e Lavori pubblici Antonio Emili per aver trasmesso a maggio una domanda all’Autorità di bacino volta ad ottenere una revisione in senso maggiormente permissivo del Piano di assetto idrogeologico, cioè dello strumento previsto per la salvaguardia dai rischi derivanti da eventuali inondazioni.
L’alluvione ha insomma lasciato dietro di sé non solo enormi quantità di detriti ma pesanti strascichi di natura politica che, c’è da scommettere, non verranno riassorbiti a breve al pari dell’acqua caduta sul terreno. Del resto il tema è particolarmente controverso perché impegna capacità tecniche, prontezza nelle risposte e adesione ai protocolli operativi in momenti nei quali lo sforzo di istituzioni e volontari risulta concentrato a contenere l’emergenza. Sugli amministratori locali ricadono oltretutto gravose responsabilità persino di natura penale, come dimostrano gli esiti giudiziari dell’alluvione di Genova del 2011 che provocò sei morti. Per quei fatti hanno patteggiato pene a 3 anni e 4 mesi il sindaco di allora, un suo assessore e il comandante della Polizia locale. Fortunatamente a Rieti non si sono registrate vittime né feriti, ma sono evidenti i timori per ulteriori episodi di criticità ancor più marcate, tali da mantenere alto lo stato di allerta.
Pur nella drammaticità del momento, l’acqua è stata suo malgrado protagonista della settimana anche su altri versanti. Da quella negata ai calciatori del Rieti (che per il malfunzionamento della caldaia degli spogliatoi dello stadio Scopigno e per i 96mila euro di debiti arretrati sono costretti a farsi la doccia a casa) agli aumenti delle tariffe approvati dopo le roventi polemiche delle ultime settimane, non sono davvero mancati gli spunti di discussione. Protagonista in qualche misura è sempre Acqua Pubblica Sabina, finita ormai al centro di varie querelle, alcune delle quali piuttosto spinose. Se c’è poco da dire sulla decisione di chiudere i rubinetti alla compagine amarantoceleste per l’enorme credito vantato, più complessa e articolata si presenta la partita degli aumenti delle bollette. La società guidata da Maurizio Turina insiste che i prezzi applicati ai reatini sono tra i più bassi del mercato, a fronte di investimenti poderosi rivendicati con orgoglio e pianificati anche grazie ai ristori ottenuti con l’accordo per l’interferenza d’ambito di tre anni fa (in pratica i soldi riconosciuti a Rieti per l’acqua ceduta a Roma tramite Acea, peraltro oggetto di un ricorso in fase di definizione davanti al Tribunale Superiore delle Acque pubbliche presentato dal Comune di Casaprota e dall’associazione Postribù).
In realtà le tariffe sono deliberate dall’assemblea dei sindaci riunita sotto il coordinamento della Provincia in qualità di ente di riferimento di Ato 3. Nel 2018 furono decisi incrementi pari al 7,5% per il 2020, 5,4% per il 2021 e 4,8% per il biennio 2022- 2023. A seguito delle proteste promosse da sindacati, associazioni di consumatori e rappresentanti politici, questo tariffario, che sembrava intoccabile se non altro perché regolato dalle disposizioni dell’Autorità competente in materia (Arera), è stato di recente fortemente rimesso in discussione. Il passaggio determinante va sicuramente ricondotto alla clamorosa iniziativa di un gruppo di 46 sindaci che si sono rifiutati di avallare i ritocchi all’insù, soprattutto in un frangente in cui la crisi sanitaria si è trasformata in drammatica crisi economica.
Alla fine ne è uscito un compromesso in base al quale gli aumenti non sono stati azzerati tout court ma soltanto ridimensionati, passando al 2% per il 2020, al 4,9% per il 2021 e al 4% per il 2022-2023. Il presidente della Provincia Mariano Calisse ha colto l’occasione per evidenziare con una certa malizia come nel 2018 il soggetto che aveva deliberato i rincari fosse a guida Pd, ascrivendo di contro a proprio merito la limatura delle tariffe. Si tratta tuttavia di un atto di resipiscenza pelosa perché senza la sollecitazione di un moto d’opinione coagulatosi intorno alla delicata problematica, anche l’attuale Ato 3 non avrebbe avuto niente da obiettare ai rincari stabiliti quasi tre anni fa.
31-01-2021

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