a cura di Massimo Palozzi

Gennaio 2021

IL DOMENICALE

NELLE MANI DEI COMMISSARI

società

di Massimo Palozzi - Salva forse l’eccezione dell’allenatore della nazionale di calcio (non a caso si dice che in Italia siamo sessanta milioni di commissari tecnici), nell’immaginario collettivo i commissari sono per lo più associati a personaggi dei fumetti, della letteratura o del cinema. Basettoni è il simpatico comprimario di tanti episodi di Topolino. Ciccio Ingravallo l’arguto funzionario di Polizia del Pasticciaccio di Carlo Emilio Gadda. Il Maigret di Simenon incarna l’archetipo di un genere di enorme successo, rinverdito dalla saga di Montalbano nei romanzi di Camilleri. E Corrado Cattani rimane l’inarrivabile eroe della Piovra televisiva degli anni Ottanta.

Nel gergo burocratico la parola commissario suona invece meno rassicurante. Il commissario è infatti il plenipotenziario di turno designato quando scoppia una grana e occorre attribuire in fretta a qualcuno la gestione dell’emergenza: si sciolgono i comuni e arrivano i commissari. Occorre mandare avanti un ente acefalo e lo si commissaria. Un’impresa va in fallimento e il tribunale nomina i commissari giudiziali.

Anche nelle associazioni private è diffusa la pratica del commissariamento: partiti politici e sindacati vi ricorrono spesso, quando c’è da sistemare una faccenda spinosa e fuori controllo.

Dunque i commissari sono quelle figure a metà tra il disperato e il salvifico, che entrano in gioco quando ormai la situazione è sull’orlo della catastrofe e bisogna affibbiare ad un esterno preparato e risoluto, ma soprattutto dotato di ampi poteri, l’ultimo tentativo di recupero. Non sempre le cose vanno nella direzione auspicata. La recente vicenda dei commissari alla Sanità della Regione Calabria insegna come a volte nemmeno costoro facciano delle gran belle figure. In ogni caso, alla loro immagine continua ad essere associato il concetto di competenza e abilità tecnica, doti utilissime a supplire alle lentezze e alle carenze della filiera istituzionale. Il commissario rappresenta per certi versi l’opposto del politico, quasi la sua nemesi: rapido, efficiente e diretto contro le mille ambiguità, i sofismi e le inadeguatezze degli eletti di ogni ordine e grado. Così, piano piano, i commissari hanno cominciato a farsi strada come contraltari credibili nella palude delle beghe e delle manovre di palazzo e ad essere percepiti come manager cui demandare lo sblocco di opere ferme o l’apertura di nuovi cantieri necessari alla realizzazione di infrastrutture vitali per il rilancio degli investimenti e lo sviluppo del Paese.

Dopo il devastate terremoto del 2016 uno dei primi atti è stata la creazione dell’ufficio del commissario per la ricostruzione, al cui vertice si sono finora avvicendati in quattro, nominati da altrettanti governi. Senza voler essere perentori, il bilancio non è proprio dei più esaltanti. Anche al netto delle obiettive difficoltà e carenze finanziarie, la ricostruzione segna il passo, avendo accumulato ritardi evidenti come confermato dall’attuale commissario Giovanni Legnini nell’audizione alla Camera di venerdì.

Senz’altro meglio è andata con l’edificazione del viadotto San Giorgio a Genova, a seguito del crollo del ponte Morandi nell’agosto di tre anni fa. Il fatto che l’intervento fosse circoscritto ad una specifica opera ha ovviamente favorito il lavoro del commissario e di tutti coloro che hanno partecipato alla ricucitura di una ferita che travalicava i confini del capoluogo ligure. La cosa non sminuisce i meriti di nessuno, ma anche per questo l’abbandono fideistico alle facoltà taumaturgiche dei commissari va preso con un minimo di cautela.

Del resto, le prove offerte da quelli di Alitalia o dell’Ilva di Taranto, dossier ben più articolati dell’innalzamento di un ponte, non sono state particolarmente incoraggianti. Così come sta prestando il fianco a critiche (a volte mirate, altre oggettivamente eccessive) l’operato della struttura commissariale nella conduzione degli interventi d’urgenza resisi necessari dallo scatenarsi della pandemia. Il supercommissario Domenico Arcuri è da mesi sulla graticola per i ritardi nella fornitura di mascherine, per la scarsità dei tamponi, per i banchi a rotelle, per l’approvvigionamento delle siringhe, per la disponibilità dei vaccini. Ai rilievi non sono purtroppo estranee finalità di mera natura politica e manca la controprova che qualcun altro avrebbe fatto meglio. I compiti che il commissario all’emergenza Covid deve sbrigare farebbero tremare i polsi a chiunque, ma ciò che qui interessa è capire se quella del commissario sia sempre e comunque una soluzione di buon senso, da estendere in ogni ambito perché foriera di reali vantaggi.

La questione risulta di stretta attualità pensando ai commissari appena nominati dal governo ed entrati addirittura nei risvolti della crisi come uno dei vari j’accuse lanciati da Matteo Renzi contro il presidente del Consiglio. Nella conferenza stampa del 14 gennaio, il leader di Italia viva si era chiesto retoricamente: “Puoi continuare ad avere risorse e opere e non avere i commissari?”. Di rimando, martedì nella sua replica al Senato prima del voto di fiducia, il premier Conte ha ribattuto respingendo la contestazione sulle opere bloccate da due mesi per mancanza di commissari: “Non è vero, la lista dei commissari c’è”. In effetti, seppure con notevole ritardo rispetto a quanto previsto nei decreti Semplificazioni e Sblocca cantieri, il giorno successivo l’elenco preparato dal Ministero delle Infrastrutture e trasporti è arrivato alla Camera per l’esame di rito. Tra le 59 opere ritenute strategiche ce ne sono due di significativo interesse per il Reatino, come si è preoccupato di comunicare il deputato Pd Fabio Melilli, che a Montecitorio ricopre oltretutto il cruciale ruolo di presidente della Commissione Bilancio. La prima riguarda l’ammodernamento dell’acquedotto del Peschiera, cui dovrà provvedere Massimo Sessa, dirigente dello stesso Mit, mentre la seconda è addirittura il raddoppio della Salaria, affidato al dirigente di Anas Fulvio Soccodato, che dovrà gestire un finanziamento monstre di 417 milioni di euro.

Entusiastico il commento del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti. Considerata l’impellenza di far partire subito i cantieri, “la nomina da parte del governo di commissari per le Grandi opere è sicuramente una bella notizia”, ha dichiarato, perché “garantisce quella velocità necessaria, anzi direi indispensabile alla realizzazione di queste opere nel Lazio come nel resto del Paese”.

Fatti i commissari, non rimane che aspettare l’esecuzione concreta dei lavori in tempi ragionevoli, senza perdere di vista il punto cruciale che essi manifestano la resa di un sistema non in grado di garantire il dovuto attraverso le procedure ordinarie.

Per intanto, la settimana deve registrare un altro commissariamento, che coinvolge sempre la Pisana, ma di segno completamente opposto. Ad appena pochi mesi dall’approvazione del Piano regionale dei Rifiuti, il Tar ha commissariato la Regione per non aver provveduto ad individuare sul territorio una rete integrata e adeguata di impianti di smaltimento. Una statuizione di forte impatto, amplificato dalla circostanza che, contrariamente a come avviene di solito, trasferisce al Ministero dell’Ambiente la titolarità delle politiche regionali in materia. Commissario è stato infatti nominato il direttore generale della Direzione per i rifiuti e l’inquinamento del dicastero guidato da Sergio Costa, sottraendo così alla struttura regionale il controllo su una tematica delicatissima sia per le implicazioni ambientali, sia per la qualità e i costi dei servizi resi ai cittadini laziali. Siamo insomma nelle mani dei commissari. Speriamo di non dovercene pentire.

 

24-01-2021

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