a cura di Massimo Palozzi

Dicembre 2020

IL DOMENICALE

MONTAGNE RUSSE

società

(di Massimo Palozzi) - Le montagne del titolo sono in primis quelle virtuali della conta dei positivi in provincia e delle statistiche sulla qualità della vita, che salgono e scendono senza un’apparente coerenza. Ma sono anche quelle reali del massiccio del Terminillo, soprattutto dopo quanto accaduto lo scorso week end.

Da tempo, ad esempio, NOME Officina Politica si batte per una raccolta dati trasparente e completa. Già a febbraio il gruppo era stato partner di RiData, pregevole iniziativa promossa dalla Diocesi in collaborazione con diverse associazioni, allo scopo di produrre una fotografia dettagliata della realtà reatina attraverso l’analisi di diversi macroindicatori. E se il Covid ha poi profondamente mutato lo scenario di riferimento, di estrema attualità rimane il tema dell’acquisizione degli elementi di fatto per disegnare i contorni di ogni ambito di indagine.

Lo studio pubblicato domenica da Format sull’andamento dell’epidemia a Rieti, a cura di Marco Giordani di NOME, evidenzia allora un certo difetto di comunicazione dei dati relativi ai posti occupati in terapia intensiva e una poco omogenea trattazione di quelli sui tamponi processati nonché sul loro rapporto con positivi e guariti.

Un’altra questione sollevata concerne le discrasie tra le cifre fornite dalla Asl e le risultanze dei calcoli indicizzati su scala nazionale dalle autorità centrali. Secondo la ricerca, i numeri ufficiali a disposizione del Dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio sarebbero stati sottostimati dal 15 al 35 per cento rispetto a quelli proposti dall’Azienda sanitaria, tanto che a fine novembre per governo e Regione il 22 per cento delle nuove positività, vale a dire circa 900 persone contagiate, è come se non fosse esistito. In verità, i dati vengono aggiornati aggregando gli esiti di rilevazioni effettuate anche in momenti diversi, creando quello che nella ricostruzione di Giordani viene definito “stop and go”, con recuperi a posteriori a saldi invariati che producono però una rappresentazione distorta dell’andamento della curva pandemica.

Chiaro che non si tratta di sciatteria tout court. Il censimento delle singole voci non è per niente agevole e tuttavia una corretta rilevazione si rivela di fondamentale importanza sia per le eventuali misure da adottare a livello decisionale sia per una realistica raffigurazione del quadro nei confronti dell’opinione pubblica, la quale ha sempre pieno diritto ad un’informazione completa e trasparente.

La seconda questione con alti e bassi piuttosto imbarazzanti riguarda le graduatorie sulla qualità della vita in Italia. Appena tre settimane fa diversi amministratori locali avevano gioito per il 37° posto raggiunto da Rieti (prima nel Lazio) nella classifica stilata da Italia Oggi. Quella soddisfazione è purtroppo durata poco, perché lunedì la stessa classifica aggiornata al post-Covid del Sole 24 Ore ha precipitato il capoluogo sabino all’80° gradino su 107. Con un guadagno, sì, rispetto al 2019 di otto posizioni, ma in una zona della graduatoria che se parlassimo di calcio sarebbe quasi da retrocessione: triste epilogo, tanto più pensando che in trent’anni siamo passati alla collocazione attuale dalla 28ª registrata nel 1990.

Anche in questo caso i parametri presi in esame sono vari e in alcuni continuiamo ad eccellere, come l’ambiente o il tasso di criminalità. Il dato aggregato ci racconta però una storia diversa, dove al patrimonio naturale non abbiamo saputo accompagnare scelte politiche in grado di sostenere e promuovere il territorio con l’adeguatezza che avrebbe meritato. Lo conferma l’ultimo rapporto di fine anno, quello sulle smart-city stilato da FPA presentato mercoledì, nel quale Rieti figura addirittura al 95° posto nazionale sui 107 capoluoghi presi in esame per innovazione tecnologica e servizi digitali, perdendo 24 posizioni rispetto all’anno precedente e retrocedendo a fanalino di coda regionale.

Naturalmente ognuno è libero di dare maggior credito a una classifica piuttosto che all’altra, senza nemmeno mettere troppo in discussione la credibilità delle rispettive fonti, atteso che per ognuna esistono spiegazioni a giustificare le conclusioni raggiunte. È difficile del resto irreggimentare la qualità della vita pubblica in caselle da campionato sportivo, che oltretutto variano in maniera così drastica da un anno all’altro. Comunque la si pensi, e arriviamo al “caso Terminillo”, ciò che è successo lo scorso fine settimana ha sul serio lasciato sconcertati, con i chilometri di fila per salire in montagna e la polizia che a un certo punto ha dovuto fermare il traffico per quante macchine stavano tentando di raggiungere la vetta. L’ovvia conseguenza è stata la domenica rovinata per molti turisti bloccati in mezzo alla strada, con l’aggravante della perdita di clienti per i ristoranti, considerato che anche a chi aveva prenotato il pranzo è stato impedito di proseguire.

Nonostante i tentativi di minimizzare da parte di qualificati membri di giunta, la cosa non è sfuggita alla ProLoco terminillese, che ha infatti emanato una durissima nota per stigmatizzare l’accaduto, parlando di montagna abbandonata a sé stessa e denunciando superficialità e mancanza di programmazione.

In effetti c’è da rimanere piuttosto perplessi davanti a quelle scene, specialmente ascoltando le giustificazioni fornite dagli amministratori locali, per di più con un certo compiacimento per aver visto il Terminillo animato come mai prima negli ultimi anni. Il vicesindaco e assessore al Turismo Daniele Sinibaldi ha ad esempio commentato: “Migliaia di persone oltre le aspettative e oltre ogni capacità di gestione. Ci stiamo organizzando”. Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente della Provincia Mariano Calisse e il consigliere con delega all’Ambiente Maurizio Ramacogi: “L’Amministrazione provinciale in questi giorni sta mettendo in campo risorse economiche e umane per poter fronteggiare nel miglior modo possibile la grande affluenza che si prevede per il prossimo fine settimana”. Insomma, tutti colti alla sprovvista dall’alto numero di gitanti e tutti indaffarati ad organizzare la prossima ondata di piena. Il bello è che tanta folla viene letta come il miglior viatico per i progetti legati al programma “Terminillo Stazione Montana”, che la Regione dovrebbe sdoganare entro la fine dell’anno. Ora, la soddisfazione per il gran numero di turisti è giustificata e condivisibile, ma leggere commenti istituzionali di sorpresa il giorno del caos in coincidenza con la festività di Santa Lucia non può non generare preoccupate perplessità. Anche perché lo scorso settembre, alla chiusura dell’unico bancomat montano, proprio la coppia Sinibaldi-Ramacogi aveva così commentato la vicenda in una dichiarazione congiunta: “una scelta che appare poco giustificabile considerato il boom di presenze al quale assistiamo al Terminillo ormai da mesi”. Cioè, a settembre Comune e Provincia erano pienamente consapevoli delle enormi e consolidate capacità di attrazione del Terminillo, al punto da indignarsi per la soppressione del bancomat, e tre mesi dopo hanno candidamente ammesso di essere rimasti spiazzati dall’assalto alla neve portato dai vacanzieri della domenica.

La questione è ovviamente complessa. Non si tratta infatti solo di far defluire meglio il traffico, quanto piuttosto di dare al Terminillo un assetto in grado di accogliere il turismo di massa in un contesto assolutamente ecocompatibile.

Negli accadimenti degli ultimi giorni c’è dunque qualcosa che non torna. E che allarma, se davvero la Regione dovesse approvare il “TSM2” e i relativi finanziamenti dovessero essere gestiti con la stessa disarmante leggerezza.

 20-12-2020

ph A.Agostini

 

 

 

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