a cura di Massimo Palozzi

Dicembre 2020

IL DOMENICALE

LA FIERA NEGATA E L’INTERCESSIONE DI SANTA BARBARA

società

(di Massimo Palozzi) - E così anche Santa Barbara è passata senza festeggiamenti. Soprattutto senza la processione sul fiume e senza la fiera. Niente “apparsa” giovedì e niente bancarelle il 4 dicembre. Solo un suggestivo volo sopra la città e i luoghi più colpiti dal virus, con la statua sospesa ad un elicottero dei Vigili del Fuoco di cui è patrona.

Dopo la processione di Sant’Antonio annullata per il Covid, pure Santa Barbara paga dunque pegno alla pandemia, come era accaduto a Pasqua e come ancor più tristemente avverrà a Natale. Nell’illustrare l’ennesimo Dpcm di fine anno, il premier Conte ha invitato a vivere le festività religiose in senso spirituale, recuperando una dimensione più autentica rispetto al consumismo e alla teatralità un po’ esibita dei soliti comportamenti natalizi. Esortazione sincera e condivisibile, se non fosse che traspariva il tentativo di addolcire la pillola di fronte alle ferree restrizioni imposte dal governo.

A Rieti il definitivo bagno di realtà è giunto puntuale con il discorso alla città rivolto come di consueto dal vescovo Pompili, dove il 2020 è stato definito senza mezzi termini “annus horribilis”. “Il Covid” – ha scandito il presule – “ha certamente accelerato e amplificato alcune urgenze ed emergenze e ne ha rivelate altre. Alle difficoltà sanitarie ora si accompagnano quelle economiche e sociali. C’è poi chi parla ormai di “catastrofe educativa”. Ma proprio questo scenario drammatico ci fa più consapevoli che bisogna imprimere una svolta al modello di sviluppo. E per fare questo esiste solo una strada: investire sull’educazione che è una delle vie più efficaci per umanizzare il mondo e la storia”. Da qui la proposta di creare “un “villaggio dell’educazione”, cioè un patto tra le varie agenzie educative: famiglia, scuola, istituzioni civili e religiose. Ci vuole tempo, gradualità, passione, dialogo con l’altro e, perfino affetto. E da ultimo” – ha concluso Pompili – “ci vuole competenza e disinteresse perché solo così si reagisce efficacemente alla solitudine e al male di vivere”.

Nel suo intervento non sono ovviamente mancati riferimenti ai sacri testi e a figure luminose della Chiesa. Una su tutte monsignor Lorenzo Chiarinelli, scomparso lo scorso 3 agosto e alla cui memoria è stato scoperto un busto in bronzo sotto il porticato della Cattedrale. Il tema dell’urgenza formativa ha comunque caratterizzato l’intero discorso del vescovo in occasione della ricorrenza di Santa Barbara: “se penso all’edilizia scolastica alle prese con il post-terremoto o all’estenuante questione del polo universitario o ancora alla difficile condizione di docenti e alunni, specie i più piccoli, trovo che l’educare è l’unica risposta. È questo, infatti, l’investimento più importante che quando si realizza non ci fa sentire più “separati” o “abbandonati”, ma concentrati sul costruire insieme il futuro”.

Secondo la versione più accreditata, Barbara subì il martirio il 4 dicembre 290 a Scandriglia, a causa della sua conversione al cristianesimo. A giustiziare la ragazza fu il padre Dioscuro che la decapitò con la spada, per essere però subito dopo incenerito da una folgore. Le modalità della sua morte l’hanno quindi elevata a protettrice contro i fulmini e il fuoco e patrona di quanti hanno a che fare con le fiamme e gli esplosivi.

A proposito di crocevia tra cose concrete e affidamento fideistico, non è escluso allora che serva la sua intercessione anche in un altro campo molto affine a cominciare dal nome.

In inglese “burnout” significa letteralmente “consumarsi bruciando”. La parola descrive bene la sensazione prodotta dal processo di logoramento o decadenza psicofisica dovuto alla mancanza di energie e alla difficoltà di sostenere e scaricare lo stress accumulato sui luoghi di lavoro. Il tutto con ricadute significative non solo sulla psiche individuale, ma sulla stessa prestazione e conseguente resa professionale, che finiscono per risultare gravemente compromesse.

Nell’ambito del più ampio “Piano formativo aziendale” licenziato a febbraio, con una determinazione dirigenziale del 21 maggio scorso la Asl di Rieti ha approvato un progetto destinato al proprio personale dal titolo “L’esposizione dei lavoratori al rischio stress lavoro-correlato”. Erogato in modalità e-learning, il corso si è reso necessario poiché fino a quel momento circa trecento dipendenti non avevano mai frequentato seminari su una materia delicata e verosimilmente destinata a diventare uno dei principali effetti collaterali della pandemia da Covid-19.

La “sindrome del burnout” è nota da una cinquantina d’anni. Definita come uno specifico disagio psicofisico connesso al lavoro, interessa in varia misura addetti e professionisti impegnati quotidianamente in mansioni che implicano strette relazioni interpersonali. I disturbi affliggono in prevalenza coloro che svolgono le cosiddette “professioni di aiuto” e chi entra ripetutamente in contatto con soggetti che vivono stati di sofferenza, pur non agendo in settori deputati a fornire soccorso e sostegno morale.

Alla luce di tali premesse, non sorprende che le categorie dove la sindrome viene riscontrata con maggiore incidenza e più elevata ricorrenza siano quelle attive in ambiti sanitari e socioassistenziali come medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, esponenti del volontariato, ma anche forze dell’ordine, avvocati e insegnanti.

Secondo una ricerca effettuata sempre a maggio dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, il 70% degli operatori sanitari che si sono trovati a fronteggiare l’emergenza coronavirus nelle regioni italiane più esposte alla prima ondata ha manifestato segnali di malessere. Addirittura nove su dieci hanno dichiarato di avere avvertito nei mesi più drammatici della crisi sintomi di affaticamento psico-fisico. E circa un terzo del campione ha accusato le avvisaglie di un alto esaurimento emotivo.

Ampliando l’oggetto dell’analisi, il 28 settembre l’Harward Business Review ha pubblicato i dati di uno studio condotto su 3.900 uomini e donne in 11 paesi diversi in epoca successiva all’avvento del Covid, dai quali è emerso che stanchezza e stress colpiscono in maniera esattamente uguale (43%) gli occupati che hanno continuato a svolgere le loro attività in presenza e coloro che invece hanno lavorato da remoto. Su questo piano, lo smart working non si è dunque rivelato più “intelligente” di quello tradizionale.

Gli effetti indotti dai picchi della seconda fase non sono stati evidentemente ancora approfonditi, ma tra il nuovo carico di problemi e il cumulo con i precedenti è facile prevedere un forte impatto del fenomeno sulle fasce professionali chiamate a reggere l’urto frontale della pandemia.

Per come è stato osservato finora, si tratta di un percorso lento e progressivo. Non è però da escludere che l’esplosione del Covid abbia modificato le modalità di sviluppo della sindrome, magari accelerandone i tempi di insorgenza in soggetti sottoposti a un enorme surplus di fatica psico-fisica in ambito lavorativo. Tanto più in un contesto generale che rende il recupero assai difficile, visto come la vita normale è stata stravolta dalle misure di prevenzione e contenimento.

Siamo insomma di fronte a un campo d’indagine tutto sommato nuovo tra i molti lasciati in eredità dall’epidemia, che aggiunge colore a un quadro nel quale gli operatori della salute sono stati decimati dal contagio e la cui percezione sociale sta virando in maniera preoccupante. A Rieti sono parecchie le insidie che minano il sistema sanitario. Assolutamente da scongiurare è allora l’eventualità che si fiacchi prematuramente la resistenza di quanti in prima linea si ergono ormai da mesi a baluardo fra la minaccia virale e il benessere della collettività.

 06-12-2020

ph Alberto Agostini

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