a cura di Massimo Palozzi

Ottobre 2020

IL DOMENICALE

IL DIAVOLO NEI DETTAGLI

città, storia

(di Massimo Palozzi) Soprattutto di questi tempi potrebbe prevalere la tentazione di derubricare l’intera faccenda a innocuo refuso. In realtà, la scritta che campeggia sul cartello posto all’inizio della zona a traffico limitato in via dei Pini, quasi all’incrocio con via Sanizi, è più di una svista, perché evidenzia la faciloneria con la quale a volte le istituzioni locali si approcciano all’aggregato urbano e ai valori che esso custodisce.

Sotto il segnale di divieto di accesso compare l’indicazione “su via Cinta a destra”. Via Cinta, senza la “i”. Di sicuro uno svarione di chi ha allestito il tabellone, a parziale scusante del quale gioca il non essere tenuto a conoscere il significato recondito di quel termine e valutare l’entità della licenza.

Diverso è ovviamente il discorso per gli incaricati del compito di curare la città, valorizzarla agli occhi dei turisti, coccolarla in un’epoca di sfide terribili. Pare invece che nessuno si sia accorto dell’errore e tantomeno abbia provveduto a correggerlo. Anche a non voler rifare da capo la targa, basterebbe un pennarello nero per inserire quella vocale che, complice la silhouette, si è finora sottratta agli sguardi occhiuti dei tanti amministratori locali, al contrario lesti a licenziare comunicati a ripetizione per magnificare le sorti delle rispettive compagini politiche.

Che “via Cinta” non esista è un fatto notorio. Nel dubbio, un giro su qualsiasi motore di ricerca restituirebbe le dimensioni della topica. Per un beffardo scherzo del destino, il palo con il pannello incriminato è poi piantato proprio a ridosso del luogo dove originariamente sorgeva Porta Cintia, conosciuta anche come Porta Quintia o Porta Spoletina, perché attraversata dalla via che congiungeva Rieti con Terni e Spoleto. Solo a seguito dell’ampliamento della cinta muraria medievale la porta venne spostata in basso nella posizione attuale.

Il nome deriva dunque dalla potente gens romana Quintia, mentre lo sbaglio dello stampatore risulta ancora più insidioso, rimandando al concetto invero plausibile per assonanza di “muro di cinta”, che invece è del tutto estraneo al contesto.

Ora, già l’attuale assetto urbanistico di quello scorcio rende Porta Cintia piuttosto anonima. Se poi il Comune ci si mette d’impegno per sminuirla accanendosi persino contro l’ortografia, per la povera porta si apre l’incubo di un doloroso e immeritato oblio.

Distrutta e ricostruita diverse volte nel corso dei secoli, nel 1866 venne edificata in stile neo-medievale su progetto dell’ingegnere reatino Eugenio Duprè, con fattezze monumentali: due torri merlate in pietra contenevano un’esedra semicircolare chiusa dal cancello di ferro che nel 2009 è stato restaurato e collocato al limitare dei Giardini di Ito in piazza Marconi.

La struttura ebbe comunque vita breve. Nel giugno 1944 i tedeschi in ritirata la fecero saltare in aria. E nel dopoguerra al posto delle torri vennero innalzati due anonimi palazzi in stile razionalista, attestati sulle mura aperte dal varco che ancora oggi adduce al centro mantenendo l’antica denominazione.

Non si tratta insomma di una stucchevole questione di toponomastica. Quando si maneggia la storia con il suo corollario di testimonianze serve un’accuratezza speciale.

Immaginate se da qualche parte comparisse un cartello con scritto “via Garbaldi”, senza la “i”. Sarebbero sommersi, il cartello con il suo redattore, da un mare di insulti e sberleffi. La storpiatura di via Cintia sembra viceversa un peccato veniale, senza particolare rilevanza. Sempre ammesso che qualcuno l’abbia notata scegliendo di non intervenire, per quanto la situazione lasci propendere che sia sfuggita ai più.

Tra il coronavirus che sovrasta ogni riflessione, la crisi economica, le scuole a singhiozzo e i servizi essenziali a rischio, restituire dignità a una strada del centro non può certo essere il primo pensiero. Lo diventa però in un osservatore che si interroga sulla qualità dell’amministrazione civica di fronte a simili strafalcioni: solo una sgrammaticatura o la spia di una profonda inconsapevolezza, prima ancora che una corriva maniera di esercitare il mandato?

Con animo dolente lasciamo aperto l’interrogativo, non senza ricordare come l’odonomastica abbia nel tempo generato a Rieti singolari aneddoti.

Molti ritenevano ad esempio che via Tito, tra via Mattia Battistini e viale dei Flavi, fosse dedicata a Josip Broz, il padre della Jugoslavia comunista. In realtà celebra Tito Flavio Cesare Vespasiano Augusto, imperatore dal 24 giugno 79 fino alla prematura fine dei suoi giorni. Figlio di Flavio Vespasiano, nacque a Roma il 30 dicembre 39 e spirò a Cotilia il 13 settembre 81.

All’annuncio da parte della capitale slovena Lubiana di dedicare una strada al Maresciallo, nel 2009 l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia si prese la briga di censire tutte le vie dedicate genericamente a Tito in Italia. Nell’occasione si chiarì che quello reatino non aveva nulla a che vedere con il dittatore jugoslavo.

Nel 2008 è caduto invece il cinquantesimo anniversario della morte di Angelo Sacchetti Sassetti, intellettuale di vaglia e sindaco di Rieti dal 27 novembre 1920 al 30 aprile 1921 e poi ancora dal 1946 al 1952 dopo la parentesi fascista. Quella data non ha significato solo una mera ricorrenza a ricordo di una delle personalità più illustri della nostra terra, ma ha coinciso con l’apertura alla pubblica consultazione del suo sterminato archivio privato. Fu lo stesso professore a disporne per testamento la secretazione per mezzo secolo dopo la sua scomparsa e ovviamente l’Archivio di Stato, da lui fondato nel 1950, non lasciò trascorrere un secondo dalla scadenza prima di attingere al materiale lasciato in eredità agli studiosi.

Anche la toponomastica cittadina conserva in un certo senso l’impronta del suo passaggio. Sul finire degli anni Quaranta, Sacchetti Sassetti volle comunicare in una lettera l’intitolazione a Fundania della via adiacente all’abitazione dell’insigne latinista monsignor Benedetto Riposati. Fundania era la moglie di Marco Terenzio Varrone, sul quale il professor Riposati aveva scritto contributi di inestimabile pregio accademico. Gli pareva così di rendere omaggio all’amico e collega, pur essendo pienamente consapevole che l’originario toponimo di Fondiano altro non era che la volgarizzazione di Fons Jani, la Fonte di Giano, presso cui sorgeva un tempo il monastero di Sant’Agnese.

Chi obiettasse che si trattò di un vezzo da erudito coglierebbe forse nel vero, ma l’episodio ci riporta all’importanza di conoscere e preservare i tesori della nostra cultura condivisa. Ecco perché “via Cinta”, Covid o non Covid, proprio non si può vedere stampato su un tabellone di pubblica utilità.

 

18 -10-2020

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