a cura di Massimo Palozzi

Dicembre 2020

IL DOMENICALE

DEMOGRAFIA E INFRASTRUTTURE, UN RAPPORTO NON SEMPRE VIRTUOSO

società

(di Massimo Palozzi) - Salvo clamorosi colpi di scena, per Natale la superstrada Rieti-Terni sarà finalmente completata e l’ultimo tratto aperto al traffico. Sono passati trent’anni dalla prima progettazione e quindici dall’inizio dei lavori. Ma come si dice in circostanze del genere, meglio tardi che mai: le prove di carico effettuate giovedì sul cavalcavia al confine regionale sono state superate e ora non manca che il taglio del nastro.

Dal 22 dicembre ci vorranno venti minuti per raggiungere il capoluogo umbro. Pensando senza rimpianto ai tormenti del vecchio tracciato è un’autentica rivoluzione nella mobilità locale e non solo, perché l’apertura dell’arteria nella sua interezza agevolerà non poco gli spostamenti e i trasporti in un ampio quadrante dell’Italia centrale.

Le ricadute dirette sull’economia dei territori toccati dalla superstrada sono difficili da contabilizzare. Di sicuro c’è che il collegamento tra i due capoluoghi costituisce in potenza un fattore decisivo per l’emancipazione della provincia reatina da una condizione di minorità. Quante volte, negli ultimi decenni, si è invocato il potenziamento delle infrastrutture in nome dello sviluppo. E quante volte è stato manifestato rammarico per le svariate potenzialità inespresse. L’entrata in esercizio dell’intera via tra Rieti e Terni va quindi salutata come una delle poche note positive di questo sciagurato 2020.

Scendendo nel dettaglio, non si possono tuttavia eludere considerazioni di merito sulla portata di un’opera tanto attesa e agognata, all’interno di una cornice più ampia che contempli la capacità di attrazione di Rieti e le sue prospettive di progresso. L’accresciuta fluidità degli scambi porterà, in altre parole, un reale beneficio al nostro territorio o per assurdo contribuirà a deprivarlo ulteriormente di investimenti, energie e competenze a favore del versante umbro? La questione non è affatto oziosa perché è tutto da verificare su quali dei due estremi riuscirà a catalizzarsi maggiormente il movimento di persone con annesso auspicato moltiplicatore di introiti.

In occasione della pubblicazione a fine novembre della classifica stilata da Italia Oggi sulla qualità della vita, in cui Rieti si è piazzata prima nel Lazio e 37esima a livello nazionale, il vicesindaco e assessore alle Attività produttive e al Turismo Daniele Sinibaldi ha preso lo spunto per immaginare l’Umbilicus Italiae eletto a residenza da forestieri in fuga dal caos e dal degrado delle aree troppo urbanizzate. “La pandemia” – ha dichiarato – “unitamente all’innovazione tecnologica e all’evoluzione del mondo del lavoro, sta inducendo tutti a riflettere sull’opportunità di scegliere, per le proprie famiglie, quei territori che garantiscono una qualità della vita di gran lunga migliore rispetto alle metropoli e alle grandi città”. Il sillogismo all’apparenza funziona, se non fosse che i parametri che hanno collocato Rieti in ottima posizione (ambiente, reati, sicurezza sociale) sono gli stessi che ne mantengono da sempre le caratteristiche di città a misura d’uomo, per riassumere il concetto con una definizione un po’ abusata. Di nuovo c’è soltanto il rimescolamento delle priorità portato dal Covid. Ma è davvero immaginabile uno scenario post-pandemico nel quale le persone verranno a cercare rifugio in periferia per sfuggire al logorio della vita moderna? A pelle, la sensazione è proprio quella opposta. E cioè che nella gente stia prevalendo la voglia matta di tornare a vivere come prima, rimpiangendo addirittura il traffico, lo smog, gli schiamazzi e qualche forma di disordine.

Del resto le statistiche parlano chiaro. L’anno scorso, su una popolazione al 31 dicembre di 46.750 abitanti, si sono registrati 273 nati contro 557 morti. Totale, meno 284. I nuovi iscritti nei registri della popolazione residente sono stati 1.136, quelli cancellati 1.238, con un saldo migratorio anche in questo caso negativo di 102 unità. In un anno la popolazione di Rieti è insomma diminuita nel complesso di 386 residenti. Si tratta peraltro di una tendenza costante. Negli ultimi cinque anni il calo è stato infatti dello 0,41% e negli ultimi tre addirittura dello 0,57.

Tra il 2014 e il 2019 il tasso di natalità ha toccato il 5,8%, collocandoci al 4.732º posto su 7.903 comuni italiani. Quello di mortalità ha raggiunto l’11,9% (3.538º posto) con un consuntivo alla voce tasso di crescita (sarebbe forse meglio chiamarlo decrescita) pari a -8,3% (4.495º posto su scala nazionale). Il bilancio demografico da tempo chiude dunque in negativo e il saldo tra nascite e decessi dimostra un trend difficilmente reversibile a politiche invariate.

Ribadito che si tratta di dati riferiti al periodo pre-Covid, le cause di un simile andamento sono diverse. Risulta comunque evidente che la carenza di opportunità lavorative e di studio universitario inducono a migrare in cerca di nuove possibilità, piuttosto che a venire per l’aria salubre o il basso numero di omicidi. In un tale contesto, è realistico pensare allora ad una effettiva capacità di attrazione di un territorio che registra la popolazione più anziana del Lazio e tra le più vecchie d’Italia, con 223,2 ultrasessantacinquenni per ogni 100 infraquattordicenni? O si mira invece a un modello di accoglienza tarato proprio su persone in cerca di un buen retiro per godersi la pensione? Finora gli effetti di condizioni esistenziali competitive (in primis il costo della vita più basso, a cominciare dagli affitti e dalle tariffe del mercato immobiliare) hanno fatto di molti paesi della provincia e per certi versi dello stesso capoluogo una sorta di città-satellite, dove ci si ritira per la notte, pronti a riaffrontare ogni mattina le proverbiali fatiche del pendolare per motivi di studio o di lavoro con Roma (principalmente) e con altri grandi centri del circondario. In parte è un modo per ancorare presenze e ricchezza e, soprattutto, per mantenere i legami con i luoghi d’origine. Ma è un modello che presenta grossi limiti e sul quale non è detto si debba continuare ad insistere. Certo, sempre meglio dell’alternativa di creare città-dormitorio o peggio città-ospizio.

Manco a farla apposta, giovedì la giunta ha reso nota l’approvazione dei progetti esecutivi di ampliamento del cimitero di Castel San Benedetto e di manutenzione straordinaria di quelli di Castelfranco e Pie’ di Moggio. Gli interventi prevedono un investimento complessivo di circa 440.000 euro per la realizzazione di 50 loculi a Castel San Benedetto e per il consolidamento degli altri due camposanti danneggiati dal terremoto del 2016. Richiamando precedenti lavori nell’ambito dell’edilizia cimiteriale per un totale di circa 2 milioni, nel comunicato di Palazzo di Città stavolta però l’intento celebrativo ha sortito effetti paradossali, al limite di un involontario umorismo macabro: “Prosegue lo sforzo profuso dall’Amministrazione per riqualificare i cimiteri ed incrementare la disponibilità di sepolture, nell’ambito della più generale politica degli investimenti a cui è legata l’azione di rilancio anche economico del nostro territorio”.

Attenzione, l’argomento è serissimo. Assicurare il decoroso riposo a chi ci ha lasciato è uno dei segni che contraddistinguono il grado di ogni civiltà. Come altrettanto importante in una fase di crisi profonda è il settore delle costruzioni ovunque possa trovare linfa vitale. E però ci deve essere sempre una misura nelle cose. Nel pieno del flagello virale e con i dati sull’età media della popolazione e sul rapporto defunti/neonati, la connessione tra l’aumento di tombe e il rilancio economico del territorio suggerisce che sia proprio quello il comparto su cui si intende puntare.

 

13-12-2020

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